Le ripercussioni
Crisi e crollo del petrolio saudita e i tassi Bce: che succede in Borsa
Difficile dire cosa abbia fatto più tremare i polsi agli investitori questa settimana. Se la crisi di Hormuz, il giro di vite della Bce sui tassi di interesse, oppure le boutade di Trump alla “Achille Lauro style”: se mi voti, ti pago. Negli ultimi sette giorni, petrolio e gas sono andati ben oltre le soglie psicologiche dei 100 dollari al barile il primo e 80 €/MWh il gas. Ieri, dopo i 108 dollari toccati giovedì – un +7% segnato in una sola giornata – l’oro nero si è ridimensionato sui 105 dollari. Più rigida la curva del gas, che ieri ha chiuso appunto a 80 €/MWh, quotazione toccata giovedì. Mercati, imprese e famiglie scontano il caro energia. Che non finisce qui, visto che la crisi dello Golfo ha messo in discussione la produzione. L’Arabia Saudita non estraeva così poco da trent’anni a questa parte. La produzione petrolifera del regno infatti è scesa 5,97 milioni di barili al giorno ad agosto contro 8,24 mln di barili al giorno a luglio e rispetto agli oltre 10 milioni di barili al giorno prodotti prima dell’inizio della guerra con l’Iran.
Naturale l’ordine sparso delle borse ieri, quindi. Giù le asiatiche, più caute le europee. Conta però la vision. Secondo Assiom Forex il 35% degli operatori finanziari si attende un calo delle quotazioni nei prossimi sei mesi. Lato economia reale, tra accise e proposte di riprendere la produzione nazionale di petrolio – progetto bello sulla carta, ma con giusto un paio di difficoltà fattuali – anche Roma sta cercando di mettere una pezza alla falla. Il problema è che non dipende dai governi nazionali. Con gli Houthi e quindi l’Iran che hanno messo sotto scacco Hormuz e in parte anche Bab el-Mandeb – lo si temeva – la questione a due. Washington e Teheran come possono arrivare a un accordo? Le misure emergenziali, si diceva, devono andare subito in soccorso a famiglie e imprese. Ma qui si pone il problema della Bce. La stretta sui tassi d’interesse ha una ragione valida. L’inflazione cresce. Ad agosto è stata del 3,3%. Nel 2026, su base annua, si stima resterà al 3%, per poi scendere di mezzo punto l’anno dopo. Previsione rivista al rialzo, quest’ultima visto che Francoforte si augurava che arrivasse al 2,3%. Con questo trend, c’è poco da fare.
Il costo del denaro resta alto. Il nostro ministro Giorgetti, facendo notare che è sull’energia che bisognerebbe intervenire, e non sulle politiche monetarie, ricorda l’arcinota storia del medico che si ostina a curare il sintomo e non la malattia. Lagarde non è nuova a queste prese di posizione, che espongono la torre vetro-acciaio, sede dell’istituto finanziario centrale europeo, alle bocciature degli elettori. Si è detto poco infatti della vittoria dell’AfD in Sassion-Anhalt come conseguenza anche delle rigidità della Bce. D’altra parte, Madame Lagarde ha un piede fuori dalla porta. C’è chi la dà in corsa per la guida del World Economic Forum. Oppure per le presidenziali francesi. Magari sarà lei stessa a svelarlo. Attesissima la sua biografia in uscita a gennaio prossimo. Titolo: “First lady”. Top!
Infine c’è lui. Donald Trump ha promesso 5mila bigliettoni in tasca agli elettori in caso di vittoria alle midterm. Su questo si è già detto di tutto. Salvo il fatto che se nemmeno Washington interviene sull’inflazione – la Fed è destinata a seguire la strada europea – anche quei bigliettoni freschi-freschi prima o poi finiscono. Ed è vero che the Donald si sarebbe comprato l’America. Ma quale America? Quella alla stregua dell’Europa, ovvero un’economia sull’orlo della stagflazione? Ed è strano che, tra chi mastica di finanzia – sia in ambito establishment, Bce, sia tra gli speculatori, Trump – nessuno voglia davvero prestare attenzione al crescendo dei movimenti tellurici dei debiti sovrani. Il Treasury Usa decennale è arrivato vicino al 5%, mentre il trentennale ha toccato livelli che non si vedevano dal 2007. In Europa il Bund decennale ha raggiunto circa il 3,5%. Il massimo dal 2011. Il decennale francese il 4,3% circa, su livelli che non si vedevano dal 2008. 2007, 2008: a nessuno dice niente?
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