Il Novecento, quando torna, non bussa mai
Da Lotta Continua a Futuro Nazionale, se lo slogan anticapitalista “Lavorare meno, lavorare tutti” diventa una direttiva di caserma…
Era il 5 dicembre 1977 e Lotta Continua titolava in prima pagina: “lavorare meno – lavorare tutti”. Uno slogan anticapitalista nato nei movimenti della sinistra extraparlamentare degli anni ’70. Sabato scorso la stessa parola d’ordine, lo stesso slogan è risuonata dal palco dell’assemblea costitutiva di Futuro Nazionale, come parte integrante del programma del movimento. “Lavorare meno, lavorare tutti” era nato per redistribuire il tempo, il salario, la fatica. Oggi, a sentirlo risuonare da certi pulpiti, sembra quasi una direttiva di caserma.
Il miracolo politico è compiuto: Lotta Continua sale sul palco, ma prima passa dal guardaroba a ritirare anfibi lucidati, mostrine e una bandierina da sventolare con virilità. Una volta si gridava contro i “padroni”; oggi si preferisce inveire contro “globalisti, burocrati, gender, Bruxelles, immigrati e altri accessori del complotto”. Cambia il bersaglio, resta l’abitudine di promettere una liberazione totale, purché il popolo con cui si parla sia quello giusto. E così lo slogan operaista viene sottoposto a una seduta di rieducazione nazionale. “Lavorare meno” non significa più liberare tempo di vita, ma liberare tempo per presidiare i confini, commentare indignati sui social e partecipare a seminari motivazionali sulla decadenza dell’Occidente. “Lavorare tutti” non è più il sogno della piena occupazione, ma una specie di appello nominale: presente! assente! renitente! sospetto! Il salario a parità d’orario? Vedremo. La riduzione dell’orario? Dipende. La qualità della vita? Sì, purché non diventi mollezza cosmopolita. Il fronte rosso-bruno viene inaugurato con buffet. Da una parte recupera il lessico sociale, dall’altra lo mette in uniforme. Prende la rabbia contro le disuguaglianze, le passa una mano di vernice identitaria e la rivende come prodotto nazionale, chilometro zero, senza glutine marxista. È l’autarchia del malcontento: il conflitto di classe viene sostituito dal conflitto di passaporto. Il padrone può anche restare dov’è, basta che parli italiano, metta il tricolore sul sito aziendale e magari ogni tanto dica “prima gli italiani” prima di delocalizzare in Romania.
La scena è irresistibile: il vecchio slogan extraparlamentare degli anni settanta che entra nell’assemblea costitutiva come un reduce spaesato. Si guarda attorno e non trova più i consigli di fabbrica, ma comitati tricolore. Non trova il proletariato senza confini, ma la patria assediata. Non trova la critica del capitalismo, ma un capitalismo con l’elmetto, molto comprensivo con chi fattura. Il fronte rosso-bruno non nasce quando la destra parla di lavoro ma quando la questione sociale viene usata come cavallo di Troia per portare dentro la città un esercito di ossessioni identitarie. Quando “lavorare tutti” smette di significare “nessuno escluso” e comincia a voler dire “prima vediamo chi siete”. “Lavorare meno, lavorare tutti”, dunque, bellissimo. Solo che adesso bisognerebbe aggiungere l’asterisco: lavorare meno, lavorare tutti, ma in modo conforme alla linea nazionale, previa verifica dei valori, esclusi perditempo, cosmopoliti, gay, femministe, europeisti, sindacalisti troppo sindacalisti e chiunque pronunci la parola redistribuzione senza prima salutarla militarmente. Il Novecento, quando torna, non bussa mai. Entra, si siede, cambia slogan e chiede pure l’applauso.
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