Povera Rai. C’è chi la chiama ancora Tele Meloni, sfidando l’evidenza. La Rai di oggi è Tele Ranucci. E lui lo sa, lo dice. Detta legge. Tiene in pugno dirigenti e direttori, vuoi con il ricatto delle famigerate chat di cui sarebbe in possesso («Se le tiro fuori…»), vuoi con la minaccia dei suoi legali, pronti a dare battaglia sul terreno del presunto demansionamento. E ieri tutti si sono messi in riga. I dirigenti hanno timori. La maggioranza tentenna. La Rai, questa Rai, è terra di tutti e di nessuno, un mare aperto in cui pirati e corsari si mischiano e si confondono con le navi ammiraglie.

Può così capitare che lo stop and go sullo spostamento di Sigfrido Ranucci diventi un caso politico di primo piano. Lui si è asserragliato nel suo fortino e da lì, fa capire, non lo smuovono neanche le cannonate. La governance è in scacco dei sindacati, dei potentati, delle consorterie che fanno il bello e il cattivo tempo a dispetto dell’azionista di riferimento, il Ministero del Tesoro, dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, formalmente espressione di Fratelli d’Italia, e di un Cda che appare imbambolato, inerte.

Oggi dovrebbe essere il giorno della lettera con cui l’azienda comunica a Ranucci la fine della sua esperienza alla conduzione di Report. Ma nella Rai delle decisioni eternamente sospese anche il calendario diventa un mistero: per alcuni si tratta di ore, per altri di giorni. L’ipotesi di una ricollocazione, anche su Rai3 o RaiNews, è sul tavolo. L’obiettivo sarebbe quello di evitare lo scontro sul demansionamento e, insieme, tutelare il marchio di Report.

Intanto Ranucci dice di non essere stato informato direttamente dalla Rai e di avere appreso tutto dalle agenzie. «La decisione della Rai di un mio spostamento da Report? Fuori da Report, è comunque una diminuzione». Poi il curriculum: trentacinque anni in azienda, da assistente di programma a inviato, caporedattore, conduttore. Il tutto accompagnato dalla consueta certezza granitica su Report: «Il programma di punta della storia della televisione italiana». È andata bene, non ha detto «della televisione mondiale». Può un dipendente della televisione pubblica trasformare la propria collocazione professionale in un diritto indisponibile? E può la Rai avere paura di esercitare le proprie prerogative perché teme il contenzioso?

Perché mentre la Rai discute, rinvia, valuta, consulta, acquisisce pareri e studia soluzioni, Ranucci continua a parlare come se lui dovesse semplicemente concedere o meno il proprio assenso. È una singolare inversione dei rapporti di forza. Nel frattempo c’è un’altra vicenda che pesa come un macigno: quella dei rapporti con Valter Lavitola. Il faccendiere è in carcere, ha confessato ma il gip ha respinto la richiesta di domiciliari. Il Riesame è fissato per il 7 settembre. Ranucci, dimostrando un atteggiamento quantomeno strano, anzi stranissimo, finora ha rifiutato di costituirsi parte civile, controfirmando la denuncia contro il reo confesso della bomba ai suoi danni. Più che entrare nella storia della televisione (gli ascolti di Report risultano del tutto trascurabili rispetto ai veri giganti della Rai) entra di diritto nella storia della criminalità. L’unica parte lesa in un attentato a rifiutarsi di prendere parte alla denuncia contro il suo acclarato attentatore.

Barbara Floridia, M5S, sembra essersi assunta una sorta di difesa d’ufficio permanente di Ranucci, una dichiarazione dopo l’altra, Dall’altra parte, il Pd sembra aver scelto il silenzio. Elly Schlein non ha più speso parole pubbliche in difesa del conduttore negli ultimi giorni. Un silenzio che potrebbe essere prudenza, oppure il segnale che anche nel centrosinistra qualcuno comincia a capire che trasformare Ranucci in un caso di libertà di stampa rischia di essere un errore politico.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.