Perché il dolore palestinese vale più degli altri?
Dalla guerra a Gaza alla cittadinanza ad Albanese: il confine tra critica a Israele e antisemitismo diventa sempre più sottile
Quando la vita ci costringe a scegliere tra grandi opzioni etiche, prima ancora che politiche, e tra valori ritenuti non negoziabili, sarebbe buona norma cercare di comprendere anche le motivazioni di quanti compiono scelte diverse dalle nostre, magari in nome dei medesimi valori che sono alla base delle nostre. Eppure, per quanto sia l’impegno profuso, ci sono aspetti nel dibattito politico di questi tempi che sfuggono alla mia capacità di comprensione. Non riesco a capire, ad esempio, come il Comune di Marzabotto conferisca – ad imperitura vergogna – la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese come se volesse fornire un appoggio a una parte consistente di opinione pubblica nel momento in cui considera un attentato alla sua libertà di opinione l’approvazione del ddl sull’antisemitismo, arrivando fino a falsificarne i contenuti e ad attribuirgli censure inesistenti. In sostanza, ci sono persone per le quali l’impegno prioritario è quello di insultare Israele e che considerano presunte limitazioni a salvaguardia degli ebrei un’offesa per la missione sacrosanta che sono chiamati a compiere insieme alla relatrice dell’Onu.
Questa mia incomprensione si estende anche al tema del genocidio, salito ormai a livello del dogma di una nuova Santa Inquisizione diffusa in tutto il mondo. Assumiamo pure come punto fermo la poesia di John Donne che inaugura il celebre romanzo di Ernest Hemingway: tutte le campane suonano a morto anche per ciascuno di noi. Ma ci sono defunti più defunti degli altri? Si direbbe che questa sia una caratteristica dei palestinesi della Striscia, il solo popolo meritevole di pietà nella tragedia umana. Proviamo un momento a ragionare anche dei conflitti tra i coloni israeliani e palestinesi in Cisgiordania. Episodi senz’altro criticabili, tanto che hanno prodotto frettolose condanne e reazioni da parte di molti Paesi europei, anche se potremmo chiederci perché in Israele vivono comunità arabe, mentre in Cisgiordania dovrebbe vigere la “difesa della razza” araba. Ma si tratta forse degli unici conflitti territoriali esistenti al mondo? Facciamo un salto in Nigeria. Secondo un’interrogazione presentata al Parlamento europeo, negli anni scorsi, più di 5.600 cristiani sono stati uccisi per la loro fede, le loro famiglie sterminate, più di 124mila sono stati sfollati con la forza dalle loro case, quasi 15mila sono diventati profughi e più di 2.100 chiese sono state incendiate nell’indifferenza della comunità internazionale. Le forze di sicurezza e l’esercito arrivano sempre dopo. Eppure, persino il Vaticano è prudente nel denunciare la persecuzione religiosa, attribuendo alle scorribande e ai massacri dei pastori Fulani, controversie relative alla spartizione delle terre da pascolo, ovvero motivazioni di mero carattere economico.
Che cosa rende tanto acuto il dolore suscitato dalle guerre che sono seguite al pogrom del 7 ottobre? Purtroppo l’opinione pubblica mondiale è vaccinata contro l’altrui sofferenza, tranne che nel caso della Palestina. La differenza non la fa il particolare trattamento a cui sono sottoposte quelle popolazioni (a questo proposito vi sono molte fake news tollerate per partito preso); la differenza la fanno gli israeliani, in quanto ebrei. Le azioni dell’Idf non sono tollerate perché avvengono in difesa dello Stato ebraico, minacciato nella sua stessa esistenza, perché è questo che vogliono i suoi nemici. Che cosa c’entrano le comunità della diaspora con la linea di condotta di un governo, contestato da una parte importante dell’elettorato di opposizione? Quali responsabilità può avere un ebreo, cittadino australiano, su quanto avviene in Palestina? Quando si presidiano gli aeroporti e gli alberghi rifiutano di ospitare cittadini israeliani, come se fossero portatori di una colpa collettiva; quando degli ebrei nostri concittadini hanno timore a esibire segni di un possibile riconoscimento della loro appartenenza, non si venga a dire che non si tratta dell’onda nera dell’antisemitismo. Sono questi i comportamenti sanzionati – sul piano etico – dal ddl contestato. Del resto, basta prendere in parola Anna Foa quando, in occasione di un’intervista televisiva del 24 maggio scorso, ha fatto un’ammissione significativa: le comunità della diaspora devono tenere una “posizione molto netta”. Altrimenti, “sarà sempre più difficile scindere la responsabilità del mondo ebraico da quella di questo governo”.
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