Il silenzio dell’Associazione nazionale magistrati su Sigfrido Ranucci comincia a diventare un problema interno alla stessa magistratura. Dopo la confessione di Valter Lavitola sul ruolo avuto nell’attentato contro il giornalista, aumentano le critiche all’atteggiamento dell’Anm guidata da Giuseppe Tango.

Nel mirino ci sono soprattutto le parole di Stefano Celli, pm di Rimini, esponente di Magistratura democratica e componente del Comitato direttivo dell’Anm. In un’intervista l’altra settimana al Corriere aveva escluso qualsiasi imbarazzo per l’invito rivolto a Ranucci nell’ottobre scorso, quando il giornalista fu accolto da una standing ovation nell’assemblea dell’Anm in Cassazione. L’attentato era già avvenuto, aveva ricordato Celli, ma Ranucci non ne conosceva gli sviluppi. Nessun reato, dunque, e nessun motivo di imbarazzo. Poi quella frase: se la presenza di Ranucci avesse favorito il No al referendum e la difesa della Costituzione, “tanto meglio”.

È proprio quel “tanto meglio” a suscitare adesso le reazioni più dure. Natalia Ceccarelli, consigliera della Corte d’appello di Napoli e fra i sostenitori del Si alla campagna referendaria, lo ha definito “machiavellismo puro”, chiedendo all’Anm di prendere le distanze. Ranucci resta parte offesa ma esiste un “profilo etico” e soprattutto un problema di opportunità. Se l’inchiesta dovesse confermare una strategia finalizzata a costruire un ruolo politico per il conduttore di Report, l’associazione della magistratura dovrebbe tutelare la propria immagine di imparzialità. “Il futuro politico di Ranucci non ci riguarda. Non puoi dire tanto meglio”, è il senso della sua posizione.

STEFANO CELLI, ANM

Critiche sono arrivate anche da Isabella Bertolini, componente laica del Csm in quota FdI. “L’Anm deve prendere le distanze”, ha sottolineato in una intervista a Libero l’ex deputata modenese, precisando però che l’Anm “non ha il coraggio”. Concetto ribadito dal collega di schieramento Felice Giuffrè, che ha invitato a distinguere nettamente il piano penale da quello istituzionale. Le responsabilità saranno accertate dai giudici, ha osservato il professore siciliano, ma il silenzio dell’Anm “pesa come un macigno”. Quella standing ovation, aggiunge, avrebbe richiesto almeno una riflessione pubblica alla luce degli elementi emersi successivamente.

Per Bertolini e Giuffrè, inoltre, è particolarmente grave l’uso dei nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fatto da Ranucci come argomento polemico o strumento di legittimazione personale. Quei nomi, ricordano, sono patrimonio morale della Repubblica e non possono diventare una rendita di posizione nella polemica politica e giornalistica.

Sul caso è intervenuta anche la giudice Clementina Forleo, da sempre critica verso le logiche correntizie. In un post si domanda chi stia ricattando Ranucci e perché voglia “a tutti i costi” mantenere il timone di Report, evocando le minacce di rendere pubbliche chat con “tutti”. Forleo arriva anche a chiedersi perché, in un Paese normale, non siano stati già disposti accertamenti investigativi sui telefoni del giornalista. “Non tutti i magistrati appartengono alla categoria del “tanto meglio” di Celli”, ha puntualizzato.

Nessuno chiede processi sommari. Ovvio. Ma l’Anm dovrebbe chiarire quali criteri abbiano portato a trasformare un giornalista in protagonista di una battaglia referendaria e se, alla luce delle nuove circostanze, quella scelta sia ancora ritenuta opportuna.
La credibilità della magistratura associata si difende soprattutto attraverso la terzietà. Non con il silenzio.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere