Dalla tosse del Covid al balbettio della politica: così Napoli è a rischio

La pandemia ci ha tolto anche la libertà di tossire. Basta un piccolo colpo per essere additati come untori e immediatamente allontanati. Ma più dei sintomi del Covid dovrebbe preoccuparci il pericoloso scaricabarile in atto tra i vari livelli istituzionali chiamati a gestire la crisi sanitaria ed economica. Già, perché il rimpallo di ruoli e responsabilità sta contribuendo a rendere il virus ingovernabile. Lo dimostra la spaventosa progressione dei contagi alla quale abbiamo assistito nelle ultime settimane e che ieri, per quanto riguarda la Campania, è culminata nel record di 3.103 nuovi positivi al Covid.

Se si analizza il comportamento dei principali attori della scena politica nazionale e locale, il cortocircuito è evidente. Cominciamo dal sindaco, cioè dall’istituzione più vicina al cittadino. Che cos’ha fatto Luigi de Magistris per contenere gli effetti devastanti della pandemia? Niente, di fatto. A parte introdurre il bonus spesa per le famiglie in difficoltà, il primo cittadino ha perso l’occasione per individuare nuovi spazi di aggregazione, avvicinare le periferie al centro, riformare l’urbanistica, riutilizzare gli edifici abbandonati come si è fatto in altre città. E, per mascherare mesi di annunci puntualmente rimasti lettera morta, ha cominciato ad attaccare Regione e Governo. A volte a ragion veduta, lamentando l’incomprensibile estromissione dei sindaci dalle decisioni che riguardano grandi città come Napoli, e altre volte con il solo obiettivo di mascherare la propria inconsistenza, come quando ha adottato ordinanze in palese contrasto con quelle della Regione o si è perso in sterili polemiche con il governatore Vincenzo De Luca.

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A proposito, che fa il presidente della Campania? Ieri ha diffuso un video, indirizzato a «smemorati e sciacalli», in cui rivendicava i primati della sua amministrazione a cominciare dal piano socio-economico per finire con lo screening sanitario nelle scuole. Non c’è che dire, De Luca ha affrontato l’emergenza col piglio giusto. Peccato che abbia condito queste iniziative con un’insopportabile demagogia, presentandosi sistematicamente come il primo della classe. Le statistiche, infatti, dimostrano una realtà ben diversa. Non appena il numero di tamponi è stato incrementato (dopo le elezioni regionali), anche quello dei positivi ha subito una spaventosa impennata che De Luca ha motivato prima con l’irresponsabilità dei campani e poi con le modeste risorse messe a disposizione dal Governo nazionale. E mercoledì sera ha scritto al premier Giuseppe Conte stigmatizzandone «balbettii», «sottovalutazioni», «ottimismi forzati» e «mezze misure». Effettivamente nemmeno il Governo nazionale ha dato buona prova di sé adottando un dpcm – l’ultimo, finora, della serie – che non sancisce il completo lockdown ma, nel contempo, dà il colpo di grazia a migliaia di attività economiche.

Insomma, è palese che qualcosa non abbia funzionato a livello locale e nazionale. Non ha aiutato la riforma del titolo V della Costituzione, che ripartisce le competenze in materia sanitaria tra Stato e Regioni; non ha aiutato il Governo centrale, incapace di garantire una regia unitaria alla gestione della crisi; non hanno aiutato governatori e sindaci, distratti da polemiche elettorali e antipatie personali. Il risultato è un disastro sanitario ed economico senza precedenti al quale si potrà rimediare in un solo modo, cioè con una strategia condivisa dai vari livelli istituzionali e in grado di dare concretezza a una diversa idea di Paese.

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