Vincenzo De Luca è stato uno dei principali sponsor della candidatura di Gaetano Manfredi a sindaco di Napoli. Fin qui nessun problema: lo Sceriffo è un autorevole esponente del centrosinistra ed era nell’ordine delle cose che esprimesse il proprio gradimento verso l’ex ministro dell’Università. Si dà il caso, però, che lo stesso De Luca sia anche il presidente della Campania e che, in altre parole, ricopra un ruolo istituzionale che va oltre quello politico.

Perché questa premessa? Perché sono giorni che il presidente della Regione è in stretto contatto con Manfredi, personalmente o attraverso il braccio destro Fulvio Bonavitacola. Le cronache locali parlano della possibilità che, alle prossime comunali, tra le liste a sostegno di Manfredi ce ne sia anche una “costruita” in prima persona da De Luca. In più, i due, dopo essersi incrociati alla cerimonia di riapertura dell’Aquarium di Napoli, sarebbero pronti a rivedersi a Palazzo Santa Lucia. Di qui l’interrogativo: è normale che il presidente della Regione in carica incontri, prima delle elezioni, un solo candidato sindaco che, guarda caso, appartiene alla sua stessa area politica? Ed è normale che quello stesso presidente della Regione intenda “entrare” di fatto nel Consiglio comunale di Napoli piazzandovi un manipolo di suoi fedelissimi?

A qualcuno sembrerà la classica questione di lana caprina o, tutt’al più, un problema meramente formale. Eppure chi scrive è ingenuamente convinto del fatto che, soprattutto quando si parla di istituzioni, la forma sia importante tanto quanto la sostanza e che le due arrivino persino a coincidere. Concretamente, ciò vuol dire che la sfera politica va tenuta distinta da quella istituzionale: De Luca dovrebbe ricordare di essere un uomo delle istituzioni e, come tale, non comportarsi da segretario locale del suo partito. È grosso modo la stessa richiesta che il Riformista ha rivolto per mesi al pm Catello Maresca, oggi aspirante sindaco e principale competitor di Manfredi, pregandolo di mettersi in aspettativa e di non rimanere nell’ambigua posizione di “metà magistrato e metà candidato”.

A questo proposito è il caso di tirare in ballo un altro pretendente alla poltrona da sindaco, cioè Antonio Bassolino. Quando, nel 1995, l’allora deputato Antonio Rastrelli fu candidato alla presidenza della Campania, gli elettori del collegio del Vomero furono chiamati a scegliere il suo sostituto alla Camera. Trionfò Vincenzo Siniscalchi che Bassolino, all’epoca potente e acclamato sindaco di Napoli, volle incontrare nella sede istituzionale di Palazzo San Giacomo solo dopo il responso delle urne. Cinque anni più tardi lo stesso Bassolino, dimessosi da sindaco per puntare alla Regione, non pensò di dare vita a una “propria” lista a sostegno di quella Rosa Russo Jervolino che pure aveva indicato come propria erede.

Sono aspetti, questi, di cui De Luca più di Manfredi dovrebbe tenere conto. Non si vede per quale motivo, infatti, i campani debbano rassegnarsi alla sovrapposizione tra la sfera politica e quella istituzionale. E per quale motivo il confronto tra le forze in campo debba essere inquinato dall’ennesima anomalia capace di alterare l’equilibrio dei rapporti tra i vari livelli di governo, oltre che di minare quel poco che resta della credibilità delle cariche dello Stato. Non è solo questione di stile, ma di rispetto dei ruoli e della democrazia.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.