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De Luca (Fondazione Inarcassa): “Appalti, più spazio per i professionisti e competizione sulla qualità”
Il presidente della Fondazione Inarcassa indica le priorità del nuovo mandato: contrasto all’uso improprio degli accordi quadro, tutela dell’equo compenso, aggregazione degli studi e revisione europea delle direttive sugli appalti. Sul futuro delle professioni tecniche: “Servono strutture ad alte prestazioni, competenze organizzative e intelligenza artificiale”
Insediato da meno di due mesi alla presidenza della Fondazione Inarcassa, Felice De Luca si trova ad affrontare una fase decisiva per ingegneri e architetti. Dalla crescita del mercato degli appalti al peso sempre maggiore degli accordi quadro, fino alla revisione delle direttive europee e alla trasformazione degli studi professionali, il nodo è garantire ai liberi professionisti maggiore accesso al mercato, indipendenza e condizioni economiche adeguate.
Presidente De Luca, Lei si è insediato da meno di due mesi con diversi dossier aperti, in Italia e in Europa. Da dove cominciare?
«Il contesto economico e sociale ci espone a molti rischi, ma ci offre molte opportunità. Una delle priorità che abbiamo trovato è quella del contrasto al fenomeno degli accordi quadro per servizi di architettura e ingegneria. Questa modalità di affidamento sposta il focus dal progetto al servizio e penalizza i liberi professionisti in favore delle grandi società e delle multinazionali. Esempio emblematico è il maxi-bando di fine luglio dell’Agenzia del Demanio da oltre 260 milioni di euro, che standardizza le prestazioni e concorre alla desertificazione del mercato professionale. Abbiamo diffidato il bando chiedendone il ritiro o la modifica in funzione di un maggiore coinvolgimento dei liberi professionisti».
Il mercato degli appalti è in rapida crescita: ANAC ne stima il valore a oltre 300 miliardi di euro. Questa crescita sta premiando i professionisti?
«Purtroppo, non come vorremmo. Il valore dei servizi di ingegneria e architettura nel 2025 è stato pari a circa 2,8 miliardi – anche in conseguenza del PNRR –, dei quali quasi il 60% è stato assegnato attraverso un contratto quadro, strumento al quale fanno fatica ad arrivare i liberi professionisti. In questo modo non si favorisce il loro sviluppo e si limita la possibilità di crescita delle strutture professionali. Certamente la crescita del mercato è una buona notizia, ma la PA e le grandi centrali di committenza pubbliche devono resistere alla tentazione di centralizzare troppo i servizi intellettuali, riaffermando il ruolo dei liberi professionisti quali garanti del committente e dell’interesse pubblico, assicurando loro indipendenza professionale ed economica a beneficio della qualità del processo e del prodotto finale».
Torniamo alla diffida del bando dell’Agenzia del Demanio. Quali sono gli obiettivi tangibili di questa richiesta?
«L’obiettivo generale è riportare gli accordi quadro alla loro vera natura, ossia gli acquisti standardizzati e ripetitivi, ambito nel quale non rientrano certamente i servizi di ingegneria e architettura. Nel caso specifico ci auguriamo che vengano inseriti elementi che consentano la partecipazione dei giovani professionisti nella compagine dei progettisti e che venga garantita l’applicazione dell’equo compenso in tutta la filiera: subappalti, consulenti e collaboratori».
L’aggregazione tra professionisti è un altro grande tema. Come favorirla?
«L’aggregazione non la si può imporre e non potrà avvenire se non si crea un mercato accessibile e ben remunerato. Servono politiche che favoriscano lo sviluppo, riducano le differenze di genere, stimolino la crescita professionale, senza snaturare la modalità di esercizio professionale. Compensi adeguati, agevolazioni e incentivi fiscali che siano realmente utili, che rendano possibili percorsi di crescita lineari e progressivi e che permettano di conservare le prerogative tipiche dell’esercizio professionale, prima fra tutte l’indipendenza. Una strada potrebbe essere l’estensione del forfettario ai soci delle STP e la previsione di un percorso di uscita dal regime meno traumatico dell’attuale, che possa accompagnare la crescita delle strutture professionali».
Nel 2026 si gioca la grande partita europea della revisione delle Direttive Appalti. Cosa vi aspettate?
«Certamente ci auguriamo che l’accordo quadro venga riportato nel suo alveo originario e che i servizi di natura intellettuale vengano inseriti in un capitolo dedicato. Ci aspettiamo, inoltre, che vengano introdotti elementi che favoriscano la concorrenza basata sulla qualità e non sul prezzo e che rafforzino l’indipendenza dei professionisti rispetto all’esecutore, anche in funzione dell’attribuzione delle responsabilità. Ci pare che l’UE intenda valorizzare le PMI e dunque siamo fiduciosi».
Allunghiamo lo sguardo. Come immagina il futuro delle professioni tecniche tra qualche anno?
«Il nostro Paese ha bisogno di ingegneri e architetti per affrontare le sfide che ha di fronte. Il futuro, dunque, non potrà che essere positivo e pieno di opportunità. Affinché si possano cogliere, sarà importante stimolare e supportare il percorso di trasformazione degli studi di architettura e ingegneria in strutture ad alte prestazioni, integrando le competenze tecniche tipiche della nostra formazione con elementi di organizzazione strategica e di intelligenza artificiale, per elevare la qualità dei progetti e dare ai liberi professionisti più forza per affrontare il mercato».
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