Per decadere è sufficiente un “rinvio a giudizio“. È attualmente in vigore una norma, poco conosciuta e che lascia senza parole, riguardo le modalità di composizione dei Consigli di amministrazione delle società pubbliche. Per essere dichiarati decaduti dal Cda di una grande società pubblica – Anas, Rete Ferroviaria Italiana, Trenitalia, Consip e decine di altre partecipate – non serve una condanna e non serve neppure una sentenza di primo grado. È sufficiente il decreto che dispone il giudizio, il semplice rinvio a giudizio disposto dal giudice dell’udienza preliminare.

La disposizione, che definire manettara è poco, è contenuta nel Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica e riguarda i requisiti di onorabilità degli amministratori. Accanto ai casi più tradizionali – come le condanne definitive per determinati reati – il legislatore ha voluto inserire una previsione feroce: costituisce causa di ineleggibilità anche il mero rinvio a giudizio per una serie di delitti contro la Pubblica amministrazione, la fede pubblica, il patrimonio, l’ordine pubblico, l’economia pubblica e in materia tributaria. La conseguenza è ancora più drastica se il procedimento penale interviene durante il mandato. L’amministratore è tenuto a comunicarlo immediatamente al Consiglio di amministrazione. L’organo verifica la sussistenza dei presupposti e, in caso positivo, l’interessato decade automaticamente dalla carica, senza alcun diritto al risarcimento.

È difficile non notare come questa disciplina anticipi enormemente gli effetti di un procedimento penale rispetto ai princìpi generali dell’ordinamento. Del resto, il rinvio a giudizio non rappresenta un accertamento di responsabilità. Significa soltanto che il giudice ritiene esistano elementi sufficienti perché l’accusa venga vagliata nel dibattimento. L’imputato, per definizione, resta presunto innocente e può tranquillamente essere assolto al termine del processo. La Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno più volte ricordato che la presunzione di innocenza non è un principio meramente simbolico, ma costituisce uno dei cardini dello Stato di diritto. Eppure, in questo caso, il legislatore ha scelto di attribuire al rinvio a giudizio un effetto immediatamente espulsivo.

La disciplina fu introdotta negli anni terribili dei governi Conte, in un clima giacobino orientato alla cosiddetta “questione morale”. Erano gli anni in cui il Movimento 5 Stelle rivendicava il principio dell’onestà, al grido di “intercettateci tutti”, come criterio di selezione della classe dirigente e in cui ogni intervento volto ad anticipare le conseguenze delle vicende giudiziarie trovava ampio consenso parlamentare. Più sorprendente però è ciò che è accaduto dopo. L’attuale maggioranza di centrodestra, guidata da Giorgia Meloni e con un liberale come Carlo Nordio al Ministero della Giustizia, ha fatto della critica agli eccessi del giustizialismo uno dei propri cavalli di battaglia. Fratelli d’Italia, Lega e soprattutto Forza Italia hanno più volte denunciato gli effetti nefasti dei processi mediatici e l’abuso del ricorso alle indagini come strumento di delegittimazione politica. Hanno rivendicato il valore della presunzione di innocenza e promosso, da ultimo con il ddl voluto da Enrico Costa (FI), riforme volte a limitare la diffusione degli atti di indagine. Eppure questa norma è rimasta esattamente dov’era. Nessun intervento correttivo e nessuna distinzione tra un semplice rinvio a giudizio e una sentenza di condanna.

Inevitabile, allora, la domanda. È davvero proporzionato equiparare il rinvio a giudizio a una causa di decadenza automatica? Oppure sarebbe stato più equilibrato attendere almeno una sentenza di primo grado? Ciò che colpisce è il silenzio di chi, da anni, denuncia il giustizialismo come una deriva incompatibile con uno Stato liberale. Perché se la presunzione di innocenza deve valere davvero, dovrebbe valere anche nei Consigli di amministrazione delle società pubbliche. Altrimenti si finisce per affermare un principio a dir poco surreale: innocenti davanti alla Costituzione, ma già decaduti dalla propria carica in Anas o Trenitalia prima ancora che il processo abbia avuto inizio.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere