Lo scaffale
Due o tre cose che so di meloni, il libro di Carmelo Briguglio sul consenso record di Giorgia (che però non basta)
Con le mani affondate nella passione politica di parte ma con il corredo dell’analisi e della strumentazione culturale, Carmelo Briguglio, già parlamentare della destra, ha raccolto i suoi scritti e i suoi tantissimi articoli di questi quattro anni apparsi sul Secolo e sul Riformista. Il libro, “Il primato Meloni – La destra, la sinistra e il governo più longevo della Repubblica” (Kimerik), è apertamente “meloniano” ma non alla stregua dei vari pamphlet encomiastici che escono in questo periodo, ma nel senso di un testo politico, certo molto partigiano, che punta a spiegare i motivi del sostegno alla presidente del Consiglio senza furori propagandistici. Briguglio è uomo di cultura, e infatti è soprattutto sulle idee, sul pensiero, sulla sostanza che vuole giocare le sue carte, con inevitabile e puntuta polemica contro i giudizi, o pregiudizi, della sinistra ma anche della stampa liberal-borghese che in vario modo connettono Meloni alla precedente vicenda post-fascista.
Questo, d’altra parte, è stato ed è l’assillo principale di Meloni, sin da quando, appena premier, coniando per sé il termine “underdog”, alimentò l’idea di una chiara distanza da quell’humus nel quale pure è storicamente cresciuta. L’autore prende a prestito una corretta frase di Giorgio Amendola: «Conservatore, reazionario, autoritario, fascista, sono termini che corrispondono a diverse formazioni politiche, a diverse realtà. Quindi non approvo certe equiparazioni generiche e superficiali». In realtà, nessuno di questi termini, di per sé, può definire Meloni. Che in questo quadriennio ha dimostrato di essere tante cose nel medesimo tempo, e dunque sfugge, o vuole sfuggire, alle categorie classiche e cristallizzate. «Appena insediata – scrive Briguglio – certa sinistra politica e intellettuale ha tirato fuori la diade suggestiva 1922-2022: dopo un secolo dalla Marcia su Roma i fascisti sono tornati. Ma i due fatti erano e restano legati da nulla. Assolutamente nulla: una coincidenza temporale – una delle tante – che popolano il serpentone della Storia». Né fascismo né antifascismo, per parafrasare De Felice: ma allora cosa? Qui l’uomo di cultura dovrebbe non chiudersi nell’elogio della premier ma affrontare di petto la questione del rapporto tra destra conservatrice e destra reazionaria. Ma l’autore invece contrattacca prendendo di mira «un irrazionalismo, coltivato proprio dai sedicenti discendenti dell’89, che spiega lo strato profondo dei “non le credo” opposti da tanti intellò al suo ripudio del fascismo, nonostante l’anagrafe, nonostante la cultura politica da dove la premier proviene, il cui segnacolo è Fiuggi: Alleanza Nazionale, la “città politica” di Gianfranco Fini». La suggestione di un continuum Fini-Meloni regge e non regge: sull’antifascismo, ad esempio, il primo, più avanti della seconda, forse non avrebbe usato i toni che la presidente usò in Parlamento a proposito del Manifesto di Ventotene, tanto per dirne una.
Sul piano “ideologico” ci sarebbe ancora da fare: mentre sembra che la premier si sia un po’ fermata sulla rottura col passato. Pressata da Vannacci, teme di perdere i “suoi”. Prevale, nel racconto di Briguglio, la certezza che Meloni abbia vinto la sfida dell’egemonia sul piano sociale più che su quello delle idee. Scrive in un pezzo del gennaio di quest’anno: «Il duello per l’egemonia alla fine la destra l’ha vinto. Sulla rive droite gli intellettuali d’area da decine di anni si scervellano, dibattono, persino litigano alla cerca della via che porta al sospirato “dominio intellettuale e morale” teorizzato da Gramsci: al “consenso delle classi subalterne, facendole aderire alla propria visione del mondo attraverso la cultura (scuola, media, istituzioni)”. E invece, arrivata alla guida del governo, la destra si trova in mano l’egemonia sociale; la quale, in verità, ha poco a che fare con piani di conquista e strategie culturali ipotizzate in dozzine di convegni, riviste e assemblee; ha invece tutto a che fare con la praxis di governo, con le priorità che Giorgia Meloni si è data e ha messo davanti a sé e al suo esecutivo. Ha molto a che spartire con interventi “sociali” e riduzione di tasse a famiglie, a ceti pop e middle class; e con le tosature soft, anche un po’ spot, di banche e assicurazioni messe nelle leggi di bilancio». Può darsi che sia così, se ne può discutere. Interessante che venga implicitamente sminuita tutta la rincorsa a costruire una cultura di destra in grado di soppiantare la primazia di quella di sinistra – se esiste – rincorsa finita più che a edificare un nuovo pensiero, a occupare ruoli di potere.
In ogni caso, Briguglio fa prevalere l’idea che la premier «è anche figlia del “popolo globale” a cui è segnalata e proposta dai più importanti player mediatici e magazine di “politics” e “foreign affairs” come modello trendly». Definizioni anglosassoni utili per rappresentare anche con il vocabolario il pieno acclimatamento di Meloni nel consesso internazionale, soprattutto nei primi anni di governo. Qui l’elogio della “longevità”, l’ultimo mantra del melonismo che farebbe piazza pulita delle polemiche sulla mancanza di cultura di governo della premier, un balsamo sulle sue incertezze politiche e culturali. Chi è dunque Giorgia Meloni? Il clap clap di Carmelo Briguglio non lo spiega sino in fondo. In un percorso che si snoda da Colle Oppio a Mar-a-Lago, non è agevole dare una definizione secca della presidente del Consiglio. Che è proprio ciò che lei vuole.
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