È una storia di donne questa, di madre e figlia: di Teresa e di Rosa. Ve ne abbiamo parlato il 1° novembre, Rosa era in carcere con una frattura vertebrale e Teresa scriveva accorate lettere perché la figlia venisse curata. Rosa dentro ci è finita per amore, e l’amore non si giudica in base a chi sia l’amato. Anzi, nessuno può dar giudizi sull’amore. La persona che Rosa ama è un ex superlatitante, Ernesto Fazzalari, la vicinanza a lui è costata a Rosa una condanna a otto anni, con una sentenza che è tuttora riformabile, non definitiva. Rosa in carcere è scivolata nella doccia un anno fa, da un carcere è stata spostata in un altro ma è stata lasciata dentro a curarsi, e curarsi dentro, quando si ha una malattia vera, anche se fingiamo tutti di non saperlo, sappiamo benissimo che significa. Per sapere cosa sia il carcere in Italia basta guardarsi i report continuamente negativi di organismi nazionali o europei, le condanne subite dall’Italia in sede comunitaria.

L’ultimo rapporto parla di violenze ai detenuti, di isolamento usato come tortura, occupiamo i posti finali nella civiltà delle prigioni, ma di questo l’orgoglio italico impregnato d’odio non si lagna. In questa storia, però, a dominare è l’amore, quello fra donne, fra madre e figlia: Teresa Moscato non si dà pace, non riesce ad avere pace, è convinta che Rosa Zagari finirà male, bloccata per sempre. E del resto nelle loro vite la fiaba non è mai stata protagonista, una comparsa svogliata e spilorcia che ha sborsato felicità da contare in secondi. Il carcere ha segnato la loro storia famigliare, dare giudizi è un affare di giudici, affare di tutti è l’umanità, quella riguarda ognuno di noi, darla e pretenderla appartiene a una responsabilità collettiva. Del gioire per chi sta dentro, a prescindere dalla colpevolezza o meno, in un modo o in un altro ne risponderemo. Teresa non sì è data pace per mesi, della condizione della figlia, e non se ne dà nemmeno adesso che non sente più il cuore batterle in petto. Teresa è morta senza pace da un paio di settimane.

Se ne sta, stesa, al freddo di un refrigeratore mortuario: aspetta i figli, in galera, per farsi accompagnare al cimitero. È una storia d’amore di donne calabre, qualcuno che d’amore non capisce ha detto che le madri calabresi crescono i figli a ninna nanne di ndrangheta, ci fosse stato nel cuore delle donne calabresi, capirebbe la loro lotta secolare per guadagnarsi il paradiso e portarci dentro gli uomini che amano. Che senza queste donne, la deriva morale sarebbe stata totale.