Israele si prepara al voto del 27 ottobre in una condizione di semi-conflitto. Ne parliamo con Sergio Della Pergola, demografo e professore emerito all’Università di Gerusalemme.

Professore, com’è la Israele che si avvicina al voto?
«I media occidentali insistono a raccontare un’Israele esclusivamente attraverso la guerra e la religione, mentre ci si dimentica che è prima di tutto un Paese normale, con una società complessa, interessi economici, classi sociali, problemi di sanità, istruzione, trasporti, polizia, libertà di stampa, e (importantissimo) giustizia. Tutto questo scompare nel racconto dei giornali europei. Naturalmente la sicurezza pesa molto più che in qualsiasi altro Paese occidentale, ma non cancella il resto. Se si osserva Israele soltanto attraverso il conflitto, inevitabilmente se ne ottiene un’immagine deformata».

Di che tipo?
«Il 7 ottobre 2023 ha cambiato le cose. Quando una società vive un trauma di quelle dimensioni e migliaia di cittadini passano mesi al fronte, cambia inevitabilmente il modo di vivere. Molti israeliani hanno vissuto direttamente il massacro del 7 ottobre oppure hanno familiari impegnati nell’attività di difesa militare. È naturale che il contatto diretto con la realtà sul terreno produca una maggiore diffidenza verso la parte palestinese. Non significa necessariamente condividere tutte le scelte del governo, ma rende molto più difficile immaginare un ritorno alle posizioni precedenti. Questo aspetto, fuori da Israele, è spesso sottovalutato».

Sergio Della Pergola

Che ruolo ha il servizio militare nella formazione dell’elettorato?
«Un ruolo enorme. Chi studia, lavora e conduce una vita normale, nella grande maggioranza dei casi presta servizio di leva nell’esercito e poi viene richiamato per molti anni come riservista. Questa esperienza crea una percezione molto concreta della sicurezza nazionale. Al contrario, gli haredim sono in gran parte esentati dal servizio militare e rappresentano un blocco elettorale distinto, che vota prevalentemente per i propri partiti religiosi. Anche questa è una frattura sociale importante».

Esiste anche una geografia del voto?
«Senza dubbio. Le grandi aree urbane riflettono la composizione sociale della popolazione. Tel Aviv tende a esprimere posizioni più centriste o progressiste. Gerusalemme, invece, presenta una componente religiosa molto più consistente e un orientamento generalmente più conservatore».

Parliamo dell’economia israeliana. Tema fuori dai radar per i nostri giornali. Tant’è che resta intatto il cliché per cui Israele viva soprattutto grazie agli aiuti americani. È davvero così?
«È una rappresentazione molto semplicistica. Gli Stati Uniti forniscono un sostegno fondamentale sul piano militare, consentendo a Israele di acquistare equipaggiamenti americani. Ma la ricchezza del Paese nasce soprattutto dalla sua capacità di innovare. Israele produce tecnologie, brevetti, ricerca, startup che generano valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale. È questa economia della conoscenza che finanzia scuole, ospedali, infrastrutture e servizi pubblici».

Quindi l’innovazione è diventata parte dell’identità nazionale?
«Direi di sì. Israele non dispone di grandi risorse naturali e ha dovuto costruire la propria crescita sul capitale umano. Moltissime delle tecnologie che oggi utilizziamo quotidianamente sono nate in Israele o sono state sviluppate da aziende e centri di ricerca israeliani. La medicina è all’avanguardia mondiale, ed è a disposizione di tutti nelle strutture pubbliche. Questo ha creato un ecosistema capace di trasformare conoscenza e ricerca in sviluppo economico».

E tutto questo come si traduce in voti?
«Si traduce in un travaso di voti verso il centro moderato, che peraltro concorre con diverse formazioni. Ma innegabilmente la tragica emergenza ha spostato il Paese verso destra. Per cui i sondaggi danno una specie di pareggio in cui Netanyahu non può assolutamente vincere, ma può riuscire a impedire la vittoria dell’opposizione. Il 27 ottobre questo nodo gordiano andrà risolto per il futuro di Israele».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).