Emanuele Fiano scrive su Il Foglio, da Birkenau, e dice la cosa giusta sul suo partito. Se il Pd voterà no al ddl sull’antisemitismo, non perderà un iscritto illustre: perderà sé stesso. Quel confine esisteva già quando Elly Schlein, nel 2017, firmava una risoluzione europea che chiedeva di “adottare e applicare” la definizione IHRA, e quando l’Italia, con il Pd al governo, la accoglieva in Consiglio dei ministri e la poneva a base della Strategia nazionale. Oggi, per inseguire M5S e Avs nel campo largo, viene cancellato. Fiano lo chiama perdita di identità. E ha ragione. Ma il problema è un altro. Nello stesso testo in cui denuncia il marcio, Fiano parla ancora la lingua che lo ha prodotto. Il Pd di Schlein non è più un grande partito di centrosinistra. È una sinistra in cerca di piazza. I riformisti sono usciti o ridotti a voce di coscienza. È rimasta la propaganda, e quella che paga è pro-palestinese: un nemico unico, Israele, e un alibi unico, “non è antisemitismo, è critica a Netanyahu”. Il no al ddl non nasce da una lettura giuridica, e lo dimostra Fiano: chiede quale reato scatterebbe se Arturo Scotto presentasse un libro sulla Flotilla, e non trova risposta. È una legge di prevenzione. Il primo articolo salva la libertà di critica. L’IHRA dice che criticare Israele come qualsiasi altro Paese non è antisemitismo. Il Pd non vota no perché teme il bavaglio. Vota no per non stare “con la destra” su Israele.

Fiano scrive di non voler aprire la discussione sul conflitto. Poi mette in fila “le vittime innocenti del 7 ottobre, poi le migliaia di civili innocenti uccisi a Gaza dall’esercito israeliano e le vittime delle violenze disumane dei coloni in Cisgiordania”. È una sequenza morale. Mette nello stesso respiro un pogrom, una guerra e un fenomeno reale ma di scala diversa. Le violenze dei coloni esistono: 867 episodi nel 2025, da perseguire. I morti attribuiti ai coloni, però, si contano a decine dal 2023, non a migliaia. La maggioranza dei palestinesi uccisi in Cisgiordania cade in operazioni dell’esercito. Confondere i due fenomeni rende ogni critica a Israele automaticamente umanitaria. Dall’altra parte della stessa Cisgiordania, che dovremmo chiamare storicamente Giudea e Samaria, i numeri del terrore non sono un dettaglio. Per l’IDF: 847 attacchi palestinesi e 41 morti israeliani nel 2023; 258 attacchi e 35 morti nel 2024; 57 attacchi e 20 morti nel 2025. Il Centro ricerche della Knesset, sul decennio 2015-2025, conta 147 attentati con vittime e 236 morti. Parlare dei coloni e non di questa sequenza è già una scelta di campo. Fiano racconta gli incontri con Olp e Autorità palestinese. È il lessico del “due popoli, due Stati”. Funziona finché si finge che l’Olp abbia chiuso i conti con il culto del martirio. Ma non li ha chiusi, Abbas ha abrogato solo sulla carta il pay for slay. Nel 2026 il Dipartimento di Stato americano ha rifiutato di certificare la fine dei pagamenti: l’Autorità “continua a fornire un sistema di compensazione a sostegno del terrorismo sotto un nome diverso”. Cifre citate da Washington: 156 milioni di dollari nel 2025. Il ministro delle Finanze palestinese ha detto che non hanno abbandonato “i prigionieri o le famiglie dei martiri”. A maggio un tribunale di Ramallah ha ordinato di ripristinare uno stipendio.

Criticare Netanyahu non è antisemitismo, lo dice l’IHRA, lo dicono le piazze di Tel Aviv. Ma quella formula è diventata in Europa la scusa con cui passa il resto: il paragone con i nazisti, la negazione del diritto ebraico a uno Stato, l’espulsione dei “sionisti” dalle università. Se a Tel Aviv si può dire tutto su Netanyahu, a Roma il no a una legge di prevenzione non è difesa della libertà di parola. È timore di sembrare “con Israele”. Una parte della sinistra italiana ha ancora, su Israele, il riflesso della propaganda con cui il blocco sovietico usò la causa palestinese contro l’Occidente. Quella lingua (imperialismo, sionismo, apartheid) che fu capace di costruire a tavolino un popolo e un leader è arrivata intatta al Nazareno. Fiano è figlio di un sopravvissuto di Auschwitz e distingue meglio di chiunque nel suo partito. Colpisce che anche lui metta i coloni accanto al 7 ottobre e l’Olp accanto ai costruttori di pace. Ha scoperto il marcio del Pd. Le sue parole restano scritte nel vocabolario che quel marcio nutre. Nessuna casa è obbligatoriamente per sempre, ha scritto. Vale per lui. Vale per una sinistra che non combatte l’antisemitismo per paura di perdere la piazza.