La guerra della Russia all’Ucraina non si propone tanto di occupare quello che Mosca continua a considerare uno stato satellite dello spazio post-sovietico, quanto di cancellarne la realtà politica e l’identità culturale e spirituale, cioè lo statuto propriamente nazionale, per degradarne la resistenza a problema di mero brigantaggio, nel cuore del Russkij Mir.

L’Ucraina non esiste, ma è solo un pezzo di Russia che rinnega il proprio destino, perché manovrato dai nemici della Russia: questo assunto ha ideologicamente giustificato e militarmente imposto il ricorso a strategie terroristiche contro il patrimonio e le infrastrutture della cultura ucraina, come corollario degli attacchi contro la popolazione civile. Nello specifico, le truppe di Putin sono particolarmente impegnate a bruciare i libri, bombardando i depositi in cui sono custoditi. Il terrorismo al servizio dell’inquisizione. In oltre quattro anni di guerra su vasta scala la Russia ha colpito ripetutamente e deliberatamente l’intera filiera editoriale e culturale ucraina: case editrici, tipografie, magazzini, poli logistici, biblioteche, librerie, archivi, fiere. Tra luglio e agosto, prima dell’apertura dell’anno scolastico, sono stati inceneriti circa 20 milioni di volumi, a partire dai libri di testo per gli studenti.

Per questa ragione con Europa Radicale abbiamo lanciato un appello agli organizzatori del Salone Internazionale del Libro di Torino affinché l’Ucraina sia invitata nell’edizione del 2027 come ospite d’onore. Prevedere un ruolo significativo nella prestigiosa sede del Salone per la letteratura ucraina sarebbe il modo migliore non solo per promuoverne la conoscenza, ma per rispondere a chi pretende di disconoscerne l’esistenza. L’Ucraina continua ad avere bisogno di aiuti militari per difendere le città e i cittadini sottoposti ai bombardamenti russi, ma ha anche bisogno di aiuto per preservare la riconoscibilità internazionale di un patrimonio di scritti di altissimo valore, sottoposti a un’operazione di genocidio culturale pianificato.

Al di là delle evidenti e comprensibili difficoltà organizzative e logistiche, si tratterebbe di una scelta politica dal significato non meramente simbolico. L’adesione di molti scrittori italiani e ucraini e di personalità del mondo della cultura e dell’editoria riconosce a questo appello un’opportunità politica e un’utilità civile che auspichiamo venga riconosciuta anche dagli organizzatori del Salone del Libro. Tra i primi firmatari si segnalano: Angelo Pezzana, fondatore del Salone del Libro; Oleksandr Krasovitsky, fondatore di Folio, una delle più importanti case editrici ucraine; Tatiana Yankelevich, figlia di Elena Bonner Sakharova; gli scrittori ucraini Andrei Kurkov e Artem Chapeye; Andrea Bozzo, artista e vignettista; Elena Kostioukovitch, scrittrice e traduttrice; Anna Zafesova, giornalista e scrittrice; gli editori Pietro D’Amore, Ezio Quarantelli, Luca Leone e Maria Cecilia Castagna; Francesco Cataluccio, scrittore e studioso della letteratura mitteleuropea; Massimiliano Di Pasquale, saggista e scrittore; Simone Lenzi, scrittore, cantautore e traduttore; Elisabetta Liguori, scrittrice; Gaia Manzini, scrittrice; Matteo Marchesini, poeta e saggista; Gianluigi Ricuperati, scrittore; Giovanna Rosadini, poetessa; Marina Sorina, scrittrice e traduttrice; Guido Vitiello, scrittore e docente di sociologia della comunicazione; Simone Attilio Bellezza, docente di storia contemporanea. Nomi che si aggiungono a quelli di decine di docenti universitari, ricercatori, giornalisti e operatori del sistema culturale e della comunicazione.

La cultura ucraina è parte della cultura europea e il programmato annientamento delle sue testimonianze è un attacco all’identità dell’Europa. Invitare l’Ucraina come ospite d’onore al Salone del Libro del 2027 significa sostenere il coraggio degli editori che danno voce a chi non dovrebbe avere più voce e riconoscere che la letteratura ucraina è, come i campi di battaglia del Donbass, una trincea esistenziale della libertà europea.

Igor Boni e Carmelo Palma

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