«La denuncia è fondamentale», afferma la senatrice Susanna Donatella Campione (FdI), componente della Commissione giustizia di Palazzo Madama e di quella bicamerale sul femminicidio.

Senatrice Campione, dopo gli ultimi tragici fatti si torna a discutere dell’efficacia delle norme. Il problema sono le leggi?
«No. Non dobbiamo far passare alle donne il messaggio che denunciare non serve a niente. La denuncia è fondamentale. Le norme ci sono e funzionano. Il problema è la complessità delle dinamiche della violenza».

Anche sul piano della procedibilità?
«Per i maltrattamenti in famiglia si procede già d’ufficio. Per lo stalking bisogna distinguere: quando c’è stato un ammonimento del questore e successivamente viene presentata una nuova denuncia, si procede d’ufficio. È quindi fondamentale ricostruire correttamente ciò che è accaduto dopo il primo intervento».

Lei insiste molto sulla formazione. Perché?
«Perché una donna vittima di violenza può comunque tornare dall’uomo violento, minimizzare o raccontare soltanto una parte dei fatti. Se non si conoscono queste dinamiche, si rischia di interpretare questi comportamenti come una prova del fatto che la violenza non ci sia stata».

Che cosa c’è dietro?
«Spesso quello che definisco lo “schema maltrattante-maltrattato”. L’uomo violento alterna violenza psicologica e fisica a momenti nei quali blandisce e convince la donna a tornare. Progressivamente le distrugge la fiducia in se stessa: “Sei incapace, non vali nulla, senza di me non vai da nessuna parte”. Alla fine può arrivare a crederci».

Quindi anche una denuncia contraddittoria deve essere letta con attenzione.
«Assolutamente. Molto spesso le vittime non raccontano tutto subito: dicono una parte, poi aggiungono elementi, talvolta li negano. Non è una denuncia “normale”. Per questo polizia giudiziaria, pm e giudici devono essere altamente specializzati».

La formazione non si improvvisa.
«Certo. Non basta un corso. Servono approfondimento, esperienza e dimestichezza con i casi concreti. Chi conosce bene il fenomeno riconosce più facilmente determinati segnali».

Eppure i femminicidi continuano. Le norme hanno fallito?
«Non possiamo dirlo. Il rapporto del Ministero dell’Interno pubblicato nei giorni scorsi registra una diminuzione del 37 per cento dei femminicidi nella prima metà del 2026. È un dato che va considerato. Le norme funzionano, ma la violenza è un fenomeno complesso e dobbiamo migliorare la capacità di applicarle e prevenire le situazioni di rischio».

C’è anche un problema nel modo in cui i giornali raccontano questi delitti?
«Sì. Il compiacimento morboso va evitato, innanzitutto per rispetto delle vittime e dei familiari. E non possiamo escludere che una narrazione eccessivamente dettagliata possa favorire meccanismi di emulazione in persone fragili o con una propensione alla violenza».

Qual è allora la priorità?
«La specializzazione, la capacità di riconoscere i segnali e la denuncia. Non dobbiamo mai scoraggiare una donna dal denunciare».

E poi c’è la rete.
«È fondamentale. La donna non deve essere lasciata sola. La prima cosa che spesso fa l’uomo violento è isolarla, perché così può dominarla meglio. Famiglia, amici e società devono invece costruire una rete intorno a lei».

Anche un vicino di casa può fare la differenza?
«Certamente. Se sento una donna urlare di notte non posso pensare “non è casa mia”. Posso chiamare le forze dell’ordine, anche se poi l’intervento dovesse rivelarsi infondato. È sempre meglio intervenire che rischiare di non fare nulla quando qualcuno è in pericolo».

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere