Vittoria cruciale per il presidente ad interim Sharaa
Fine di un’era per i curdi in Siria, sciolte le Forze Democratiche: scelta la strada dell’integrazione con Damasco che permetterà di essere attori e non vittime dei processi geopolitici
Lo scioglimento delle Forze Democratiche siriane (Sdf) rappresenta la fine di un’era per i curdi della Siria, dopo l’annuncio dello storico accordo firmato con il presidente ad interim Sharaa, sullo scioglimento e l’integrazione delle Sdf nell’esercito di Damasco. Il comandante curdo Mustafa Khalil Abdi – che ha guidato dal 2015 le Sdf che hanno sconfitto l’Isis in Siria con il sostegno dell’aviazione americana – è stato nominato consigliere presso la Presidenza della Repubblica di Siria.
È stato lui a dare l’annuncio dal Palazzo del Popolo di Damasco, durante l’incontro con Sharaa, dell’integrazione di tutte le istituzioni militari e amministrative curde nel governo centrale, dichiarando sciolta l’organizzazione armata, segnando così la fine di un capitolo intriso di gloria e sconfitte. La scena che si è svolta nel palazzo presidenziale, nella tarda notte d’estate di martedì 25 agosto, sembrava una rappresentazione del “Re Lear” di Shakespeare. L’eroe della resistenza e della liberazione di Kobane, la roccaforte curda assediata dall’Isis nell’ottobre del 2014, il quale assunse il nome di battaglia di quella stessa cittadina liberata, ha annunciato, prima in arabo e poi in curdo, “la fine della missione delle Forze Democratiche siriane e il loro scioglimento come forza militare indipendente, in piedi nello splendore glaciale del Palazzo del Popolo, con Sharaa che presiedeva a distanza su una sedia dorata, e davanti a un pubblico di funzionari curdi che avevano sognato una piena autonomia amministrativa, dopo 14 anni di semi-indipendenza sotto l’egida delle forze speciali statunitensi schierate nel nordest della Siria a sostegno della lotta guidata dalle Sdf contro lo Stato Islamico”.
Il valoroso combattente che aveva resistito rifiutandosi eroicamente di ritirarsi dalla roccaforte curda assediata, come gli veniva pressante consigliato di fare dal comando americano, quando la sua casa e quella della sua famiglia furono attaccate dallo Stato islamico, ora accettava lo storico compromesso, prendendo atto della dolorosa scoperta della verità e dell’umiltà attraverso la perdita del potere e delle illusioni materiali. Per innumerevoli curdi in Siria e altrove, che sognavano di ottenere uno status federale come i loro fratelli in Iraq, tuttavia, forse questa rappresentazione è sembrata una capitolazione. Rappresenta per loro la fine di un’autonoma amministrazione curda in Siria, un tempo sostenuta anche da Washington. Ma per molti altri curdi questo avvenimento segna un primo fondamentale passo verso la piena conquista dei propri diritti. Contestualmente a questa notizia – e non possiamo pensare che sia un caso – ne era arrivata un’altra altrettanto importante, da Washington: dopo 47 anni, gli Stati Uniti hanno eliminato dalla lista degli Stati sponsor del terrore la Siria, e ciò permette al Paese di entrare nel circuito economico e finanziario globale.
Per anni, le Forze Democratiche siriane, la cui spina dorsale era costituita dalle Unità di protezione del popolo, maschili e femminili, sono state la più addestrata e organizzata della Siria, fino a quando Washington non l’ha abbandonata a favore delle nuove autorità di Damasco. Al suo apice, la forza contava circa 100mila combattenti, ed era composta da curdi e arabi e controllava vaste aree del nord e del nordest della Siria, ricche di risorse energetiche: di petrolio e di acqua. Ma in seguito agli scontri di gennaio, che hanno visto i curdi perdere ampie porzioni di territorio a favore delle truppe governative, le due parti firmarono un accordo per integrare le istituzioni militari e civili curde nello Stato. Anche i gruppi arabi all’interno delle loro file abbandonarono le Sdf, disertarono in massa dopo che l’esercito del presidente siriano Ahmed al-Sharaa prese il controllo di due province strategiche, Raqqa e Deir Ezzor, da loro controllate, indebolendo l’intero progetto del Rojava, l’autonomia amministrativa della Siria nordorientale.
L’integrazione delle Sdf nello Stato siriano rappresenta un’importante vittoria per Sharaa, che cercava da sempre di consolidare il controllo su tutta la Siria sin dalla cacciata di Assad. Sharaa, ex leader ribelle un tempo designato come terrorista dal governo statunitense, guidò una coalizione di gruppi armati che rovesciò l’ex presidente Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Trump ora appoggia il suo governo e lo sta convincendo a unirsi agli Accordi di Abramo. Anche per i curdi quest’accordo è prezioso, perché ora faranno parte del futuro della Siria e potranno così plasmare il loro destino. Mazloum Abdi Kobane, il comandante, è stato nominato consigliere presidenziale dopo essere stato tolto dalla lista del terrore da Damasco. La comandante donna, Elham Ahmed, entrerà come deputata in Parlamento, con un portafoglio relativo agli Affari esteri o alle questioni costituzionali. Il curdo verrà riconosciuto e insegnato come lingua ufficiale nelle aree a maggioranza curde. L’Unità di Protezione delle Donne (YPJ), l’ala femminile dell’esercito curdo, verrà integrata nel Ministero dell’Interno come parte di una forza di sicurezza e di antiterrorismo. Le unità delle Sdf, riconvertite, verranno dispiegate a protezione dei confini. Mazloum Abdi ed Elham Ahmed si recheranno presto in Turchia per incontrare Abdullah Öcalan, che sta mediando il processo di risoluzione curda nel Paese.
I curdi hanno dunque preso una decisione strategica importante: andare con la Turchia e la Siria. Hanno scelto di far parte del futuro della Siria e di plasmare il loro destino all’interno dello Stato siriano, così come i curdi di Turchia lo starebbero plasmando all’interno dello Stato turco in sintonia con il processo di pace in corso. Hanno puntato al riconoscimento e ad essere protagonisti all’interno dei rispettivi Stati per costruire il loro destino lottando per la conquista di propri spazi e diritti. Una scelta matura, responsabile, quella curda, che li rende tra i protagonisti della costruzione del nuovo Medio Oriente. La strada è quella dell’integrazione che permetterà loro di essere attori e non vittime dei processi geopolitici.
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