Il voto arriva dopo due giorni di discussione generale , con un risultato trasversale che dimostra che su certi temi ci sono geometrie variabili. Roberto Marcato, leghista di lungo corso e assessore per tutta la stagione zaiana, il suo voto lo spiega senza passare per la politica. «Sono da sempre convinto che sia giusto vivere in un Paese dove se una persona ammalata gravemente, in fin di vita, fra atroci dolori, decide di continuare a vivere così, debba poterlo fare, e lo Stato debba darle assistenza. Allo stesso modo, se una persona in una situazione irreversibile e nel pieno della sua coscienza decide di porre fine a una situazione drammatica. Convintamente io ho votato sì». Quello che non gli è piaciuto è arrivato dai banchi: «Credo fosse un dovere nostro di legislatori avere un approccio quanto più serio, senza le derive dialettiche che abbiamo visto in questi giorni». Poi il passaggio che pesa di più. «Un’altra cosa che non mi è piaciuta è che qualcuno si permette di darti la patente di cristiano o di cattolico. Non mi sono piaciute certe ingerenze e certe pressioni. Ho ricevuto migliaia di mail, alcune anche brutte».

Il confronto con Roma, invece, Marcato lo fa volentieri. «Da vent’anni nessuno ha il coraggio, la voglia di legiferare in materia, e abbiamo avuto governi di destra e di sinistra: ti dà l’immagine di un Parlamento che subisce le convenienze di consenso». Qui è andata diversamente, «sia per chi ha votato sì sia per chi ha votato no: abbiamo dimostrato una maturità che Roma se la sogna». Alessandro Del Bianco rivendica un dato aritmetico che in maggioranza nessuno ripete volentieri. «Senza i quindici voti dell’opposizione, i dieci in particolare del Pd, la legge non sarebbe mai passata».

Il punto politico, per il consigliere democratico, sta però nel come il suo gruppo ci è arrivato: compatto, senza le astensioni del 2024. «Sul piano tecnico non è cambiato chissà che cosa rispetto all’altra volta. È cambiato molto sul piano procedurale: si è presentata prima una proposta di legge sulle cure palliative, poi si è inserito un piccolo emendamento in cui si chiede che a chi fa richiesta vengano offerte, se necessario, le cure palliative». Nulla che precluda il funzionamento della legge; abbastanza per togliere il tema dal terreno ideologico. «È stato fatto un percorso diverso, anche più lungo, molto condiviso nelle federazioni e nel partito».

Avendo seguito l’intero dibattito dai banchi, ne ricava anche una lettura che esce dai confini regionali. «Diversi di Fratelli d’Italia avrebbero voluto votare a favore, qualora avessero potuto: era una sensazione palpabile». Non l’hanno fatto perché «è stato un ordine di scuderia». Di qui il senso che attribuisce alla giornata: «È un segnale che va direttamente al Parlamento e dice che su questa cosa è da fare una legge», tanto più forte perché arriva dal Veneto e non dalla Toscana. Jacopo Maltauro, il più giovane dell’assemblea, è l’unico di Forza Italia ad aver votato sì, e nega che sia una mossa: «Non è un aspetto da buttare in un’ottica di tattica politico-partitica, è politica legislativa che prende coscienza di un fenomeno che già esiste».

Rivendica il lavoro sul testo, «una legge molto diversa, temperata dagli emendamenti della Giunta e dal contributo del centrodestra, con un rinforzo delle cure palliative, la garanzia dell’obiezione di coscienza, il palliativista come figura di riferimento in seno alle commissioni». La scelta personale la spiega con una distinzione netta: «Io sono un cattolico, certamente, ma quando siedo in Consiglio regionale sono anzitutto rappresentante di tutti i veneti, non solo di chi come me è cattolico». Quello che la sua generazione si aspetta non è «un no aprioristico sulla base di una convinzione di fede, ma una laica presa di responsabilità». Si dichiara fortunato a militare «in un partito che, anche rispetto alla propria storia, ha lasciato la libertà di coscienza». Quella libertà, però, ha prodotto due astensioni e un voto favorevole: è l’eterno dubbio su quanto la libertà di scelta nasconda l’assenza di sintesi.