Libertà di coscienza
Fine vita, la destra non ha una linea comune. In Veneto ha deciso l’aula, in Lombardia un atto d’ufficio
«Libertà di coscienza». È la formula con cui la politica italiana si assolve da decenni ogni volta che un tema le scava dentro: il fine vita, il corpo, la libertà di decidere di sé. L’ex governatore del veneto Luca Zaia l’ha detta meglio di tutti, definendo questi terreni una «no fly zone». È una formula nobile, e spesso sacrosanta. Ma esiste un punto oltre il quale il confine fra la libertà di coscienza e l’assenza di una sintesi di pensiero si assottiglia fino a sparire, e dietro quella frase non ci si può più riparare. Il voto veneto sul fine vita dice che quel punto è stato oltrepassato.
Mentre a Bari il centrodestra celebra il governo più longevo della storia repubblicana, da Venezia e da Milano arriva un segnale che può essere archiviato come marginale, ma riguarda invece la sostanza.
Il 2 settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito: trentadue favorevoli, quattordici contrari, cinque astenuti. Il testo è quello di «Liberi Subito», dell’Associazione Coscioni, respinto nella legislatura precedente. È la prima Regione a guida di centrodestra a dotarsi di una disciplina simile, e la maggioranza che l’ha licenziata non coincide con quella che governa Palazzo Balbi. La Lega si è divisa, ma è passata in prevalenza dalla parte del sì, con Zaia a rivendicare e Stefani a limare gli emendamenti; Forza Italia ha prodotto un voto favorevole e due astensioni; Fratelli d’Italia ha tenuto la linea del no senza una crepa.
Nel frattempo, in Lombardia, la prima procedura interamente organizzata dal servizio sanitario regionale — personale, farmaco, luogo, assistenza — ha investito l’assessore Bertolaso di un fuoco di sbarramento partito dai banchi della sua maggioranza, non dall’opposizione; e Fontana congela l’ipotesi di una legge sul modello veneto: la Lombardia ha già un percorso «funzionale, efficiente ed efficace», il resto lo faccia il Parlamento. Con un’asimmetria che va detta: a Milano il Consiglio una legge l’aveva respinta, dichiarandosi incompetente, e il percorso è poi passato per le linee guida dell’assessorato. In Veneto ha deciso l’aula, in Lombardia un atto d’ufficio.
Due Regioni confinanti, la stessa maggioranza di governo, due risposte opposte alla medesima domanda con un contenuto di conflitti accesi. Il punto non è solo che il centrodestra non abbia una linea comune sui temi eticamente sensibili: è che non ce l’ha nemmeno dentro i singoli partiti, e che i territori hanno smesso di considerare un tabù l’idea di entrare in rotta di collisione con il livello nazionale. La faglia politica si allarga man mano che ci si sposta verso destra. Il partito di Vannacci ha incardinato buona parte della propria retorica preelettorale sulla critica al reato di femminicidio e al diritto all’aborto, e in Veneto ha votato no con l’accento di chi non tratta. Non è un’ala che scalpita: è un concorrente che punta a spostare l’asse del discorso, e che obbliga gli alleati a rincorrere o a distinguersi. Per la Lega la conseguenza si vede da lontano. Quando il gruppo veneto approva una legge che il programma nazionale del partito non ha fatto sua e perde per strada dei pezzi, ciò che si incrina non è la disciplina interna: è la credibilità di una segreteria come guida rappresentativa, del resto già messa ampiamente in discussione.
In Forza Italia il problema ha altra natura, e forse è più serio: un voto a favore e due astensioni, su una materia che tocca l’autodeterminazione della persona, misurano l’appannamento dello spirito liberale delle origini. Il partito che si è sempre offerto come presidio laico della coalizione, sul terreno che più gli apparterrebbe, riesce soltanto a non pronunciarsi. Una coalizione di governo può battere ogni record di durata, ma la coesione si misura anche su temi profondi e critici. Certo, c’è quella frase “Libertà di coscienza”, ma quando un partito rinuncia alla sintesi, finisce che la produce qualcun altro al posto suo: un’aula regionale a Venezia, un atto d’ufficio a Milano, un generale che alza la voce su femminicidio e aborto.
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