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Fine vita, la storia di Roberto: cinque mesi per un ‘no’ dall’Italia. Quella differenza con la Svizzera
Roberto ha 67 anni, vive nel Padovano, e da tempo convive con un glioma diffuso che gli procura crisi epilettiche quasi ogni giorno e gli sta portando via la memoria. Terapie non ce ne sono. Nell’ottobre 2024 ha chiesto alla sua azienda sanitaria la verifica dei quattro requisiti fissati dalla sentenza 242 del 2019. La risposta è arrivata oltre cinque mesi dopo ed era un no: gli mancava la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Una clinica svizzera gli ha invece detto sì. Lui ha continuato a chiedere pubblicamente di poter morire a casa propria.
La legge appena approvata a Palazzo Ferro Fini non avrebbe cambiato la risposta ricevuta da Roberto. Ma gli avrebbe risparmiato mesi di attesa. In aula la differenza è passata quasi inosservata, ed è quasi tutto.
I numeri veneti la rendono evidente. Nell’aprile 2025 l’Associazione Coscioni, con accessi agli atti in tutte le Regioni, censì quindici richieste presentate in Veneto dal 2020, da persone con patologie gravi. L’esito: un parere positivo, otto negativi, due rinunce, due istruttorie ancora aperte e due persone morte prima che l’iter si concludesse. I registri regionali, aggiornati al 2019, contano circa venti domande e tre autorizzazioni. I due casi in attesa sono il problema che la legge affronta per davvero: presa in carico, verifiche, obbligo di procedere senza ingiustificati ritardi.
Gli otto dinieghi appartengono a un’altra categoria. Sono decisioni di merito, prese applicando requisiti che un consiglio regionale non può toccare, perché li ha scritti la Corte costituzionale e la Consulta, con la sentenza 204 del 2025 sulla legge toscana, ha ricordato dove passa il confine: alle Regioni l’organizzazione delle proprie aziende sanitarie, allo Stato tutto il resto. Chi era contrario chiedeva di potenziare hospice, cure palliative e comitati etici anziché legiferare; chi era favorevole ha legato la nuova legge al rafforzamento dell’assistenza domiciliare. Parlano tutti di organizzazione sanitaria. Restano i cinque mesi di silenzio di un’Ulss. Su quelli il Veneto ha adesso una legge.
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