Dal suicidio di Pippo Di Marca alle tante storie di chi affronta in silenzio l’ultima fase della malattia. Mentre il Parlamento continua a rinviare, nel Lazio la proposta di legge “Liberi Subito” è ferma da quasi tre anni. E il tempo della politica non è il tempo di chi soffre. La morte di Pippo Di Marca mi ha profondamente colpita. Uno dei protagonisti del teatro d’avanguardia italiano ha scelto di togliersi la vita perché non riusciva più a convivere con una malattia che lo aveva progressivamente consumato. Prima di morire ha lasciato ai suoi familiari un messaggio che racconta tutta la disperazione di una scelta estrema. E ogni volta che una storia come questa entra nelle nostre case dovremmo avere il coraggio di farci una domanda: quante altre persone stanno vivendo lo stesso inferno nel silenzio, senza che nessuno conosca il loro nome?

La sua storia è finita sui giornali. Ma è solo una delle tante. Per ogni vicenda che diventa pubblica ce ne sono decine che restano chiuse nelle case e nelle famiglie. Persone che non hanno la notorietà, gli strumenti o la forza di trasformare il proprio dolore in una battaglia civile.
Alcuni hanno trovato quel coraggio. Penso a Dj Fabo, a Laura Santi, che ha chiesto di essere ricordata come una donna che ha amato la vita, e a Sibilla Barbieri. Persone che non hanno mai smesso di amare la vita, ma che hanno chiesto di poter scegliere quando la sofferenza era diventata insopportabile. Anche grazie all’Associazione Luca Coscioni hanno trasformato una vicenda personale in una battaglia di libertà e di dignità. Ma non possiamo pretendere che ogni malato debba esporsi pubblicamente per vedere riconosciuto un diritto.

Con il collega Claudio Marotta, nel febbraio 2024, abbiamo presentato in Consiglio regionale del Lazio la proposta di legge “Liberi Subito”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni. È lo stesso testo già approvato in Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Non volevamo sostituirci al Parlamento, ma colmare almeno in parte un vuoto ormai intollerabile, disciplinando le procedure per rendere effettivo un diritto già riconosciuto dalla Corte costituzionale con la sentenza 242 del 2019. Eppure, nel Lazio, da quasi tre anni non si riesce nemmeno a discuterne. Interrogazioni, mozioni e richieste di calendarizzazione si sono scontrate con un muro. In un’occasione la maggioranza arrivò perfino ad abbandonare l’Aula pur di evitare il confronto. Non una bocciatura nel merito, ma la scelta di non scegliere. Di fronte a questa inerzia, l’Associazione Luca Coscioni ha promosso una proposta di legge di iniziativa popolare regionale, accompagnata da una raccolta di firme. È il segno che la società civile continua a chiedere una risposta mentre la politica continua a rinviare. Mi auguro che almeno quella proposta venga finalmente discussa dal Consiglio regionale del Lazio. Si può essere favorevoli o contrari, ma non si può impedire perfino il confronto.

Nel frattempo anche il Parlamento continua a rinviare. Dopo mesi di lavoro si è scelto ancora una volta di prendere tempo. Ma il tempo della politica non coincide con quello di chi convive ogni giorno con una sofferenza insopportabile. Per queste persone ogni rinvio non è una procedura parlamentare: è un altro giorno di dolore, di attesa e di solitudine. Parliamo di persone che rispettano requisiti rigorosissimi fissati dalla Corte costituzionale: una patologia irreversibile, sofferenze ritenute intollerabili, la piena capacità di autodeterminarsi e la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Perché, allora, la politica continua a voltarsi dall’altra parte?

Mi rivolgo al presidente Francesco Rocca. Convinca la sua maggioranza a discutere finalmente questa proposta. Non chiediamo che tutti siano d’accordo. Chiediamo soltanto che la politica abbia il coraggio di assumersi la responsabilità di decidere, lasciando ciascuno libero di votare secondo coscienza. Lo dobbiamo a Pippo Di Marca. Lo dobbiamo a Dj Fabo, a Laura Santi, a Sibilla Barbieri. Ma soprattutto lo dobbiamo a tutte quelle persone di cui non conosceremo mai il nome, perché hanno affrontato il loro dolore nel silenzio. Il compito della politica non è giudicare quella sofferenza, ma avere il coraggio di darle una risposta. Il Parlamento può discutere, i Consigli regionali possono confrontarsi, maggioranze e opposizioni possono avere idee diverse. Ma non possono scegliere di non scegliere. E soprattutto non possono fare dell’insensibilità un valore.

Marietta Tidei

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