Politica
Forza Italia, prima dei congressi viene la politica
Quello che sta accadendo in Forza Italia comincia a preoccuparmi. E credo sarebbe un errore liquidarlo come una delle consuete fibrillazioni che accompagnano ogni stagione congressuale. Quando da territori diversi arrivano segnali di insofferenza, quando amministratori, dirigenti, parlamentari e semplici iscritti avvertono di non avere più luoghi e occasioni nei quali discutere, confrontarsi e persino dissentire, allora il problema non è più soltanto chi vincerà un congresso. Il problema diventa il partito. Lo dico perché continuo a pensare che Forza Italia abbia davanti a sé uno spazio politico molto più grande dei numeri che oggi raccoglie.
In un centrodestra che cambia rapidamente e davanti a un elettorato moderato che cerca una rappresentanza seria, liberale, europeista e riformista, la nostra missione dovrebbe essere una sola: allargare, includere, attrarre. Non restringere. È proprio per questo che alcune vicende di queste settimane mi sembrano difficili da comprendere. E la Campania, inutile nasconderlo, è probabilmente il caso più evidente. C’è qualcosa che non torna se, in un partito che ha fatto della libertà e della partecipazione la propria identità, diventa complicato persino candidarsi a un congresso. Se per partecipare bisogna districarsi tra interpretazioni, elenchi, comunicazioni, scadenze e procedure, allora abbiamo un problema politico prima ancora che organizzativo.
Siamo nati per combattere la burocrazia e rischiamo di diventare iperburocratici dentro casa nostra. È un paradosso sul quale dovremmo avere il coraggio di interrogarci. Le regole servono. E vanno rispettate. Ma le regole di un partito democratico devono avere una funzione precisa: garantire la partecipazione, non ostacolarla; rendere trasparente il confronto, non renderlo impossibile. Un congresso ha senso se qualcuno può candidarsi, qualcun altro può dissentire, tutti possono parlare e, alla fine, una comunità politica riesce comunque a riconoscersi sotto lo stesso simbolo. Perché altrimenti rischiamo una cosa molto più grave della sconfitta di una mozione o di un candidato: rischiamo di vincere un congresso e perdere pezzi di partito. E sarebbe un prezzo assurdo da pagare. Per questo penso che Antonio Tajani, proprio per il ruolo che ricopre e per l’autorevolezza che gli viene riconosciuta, dovrebbe guardare con grande attenzione a ciò che sta accadendo. Non gli si chiede di stare con qualcuno contro qualcun altro. Gli si chiede qualcosa di molto più importante: fare il leader.
E proprio per questo non posso nascondere un certo rammarico: insieme ad altri colleghi parlamentari e consiglieri regionali abbiamo più volte scritto ad Antonio Tajani, chiedendo semplicemente un momento di confronto per rappresentargli le nostre preoccupazioni e provare, insieme a lui, a individuare una soluzione nell’interesse del partito. Finora, purtroppo, queste richieste non hanno avuto riscontro. Lo dico senza alcuna intenzione polemica, ma con il dispiacere di chi ritiene che la voce di parlamentari e rappresentanti istituzionali di Forza Italia, quando chiede di essere ascoltata dal proprio segretario nazionale, meriti quantomeno l’occasione di un confronto.
Ascoltare tutti. Garantire a tutti le stesse condizioni. Ricomporre ciò che si sta dividendo. E, quando necessario, avere il coraggio di fermare una macchina prima che diventi impossibile governarla. Forse è arrivato il momento di sospendere, almeno per un attimo, la conta. E tornare alla politica. Capire cosa sta succedendo nei territori. Ascoltare chi sta sul campo. Ricostruire un clima di fiducia. E poi ripartire, tutti insieme. Perché fuori dalle nostre stanze nessuno ci chiede chi controlla un congresso regionale. Ci chiedono cosa pensiamo della giustizia, delle tasse, delle imprese, della sanità, dell’Europa, della sicurezza, del futuro dei giovani. Ci chiedono quale idea abbiamo dell’Italia. E, soprattutto, ci chiedono che cosa voglia essere Forza Italia dopo Silvio Berlusconi.
È questa la domanda alla quale dobbiamo rispondere. Non possiamo permetterci di consumare le nostre energie in una guerra interna mentre fuori c’è un elettorato moderato che aspetta una proposta politica. Forza Italia ha ancora una grande opportunità: tornare a essere il punto di riferimento di chi non si riconosce né negli estremismi né nella politica urlata, ma cerca serietà, competenza, libertà e buon governo. Per farlo abbiamo bisogno di tutti. Abbiamo bisogno dei dirigenti, degli amministratori, dei parlamentari, dei militanti e soprattutto dei territori. Perché un partito che vuole allargare il proprio consenso non può cominciare restringendo la propria casa. E perché, prima delle regole, viene la politica. Prima della conta viene la comunità. Prima dei congressi viene Forza Italia.
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