«Il gas offshore sta diventando sempre più strategico per Israele. Lo è da vent’anni, ma nello scenario post-pandemico è diventato assolutamente fondamentale», spiega Francesco Sassi, ricercatore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Per Israele il Mediterraneo orientale non è più soltanto un confine marittimo. Rappresenta una delle infrastrutture strategiche del Paese. I grandi giacimenti offshore di Tamar e Leviathan, insieme a Karish, Tanin e alle nuove aree messe a gara, hanno trasformato uno Stato storicamente povero di risorse energetiche in un produttore di gas capace non solo di coprire gran parte del proprio fabbisogno, ma anche di esportare verso i vicini. Il ministero dell’Energia israeliano stima complessivamente in circa 850-870 miliardi di metri cubi le riserve recuperabili offshore del Paese. Nel 2024, si è raggiunta una produzione di 27,1 miliardi di metri cubi (Bcm) di gas. Circa metà destinati al mercato interno e metà esportati soprattutto verso Egitto e Giordania.

Il punto è che il gas ha modificato strutturalmente la vulnerabilità israeliana. Una parte rilevante della produzione elettrica dipende oggi dal metano e la disponibilità di una fonte domestica riduce l’esposizione alle importazioni e agli shock sui mercati internazionali. In una fase segnata da conflitti prolungati e da una forte mobilitazione dell’apparato militare, questa autosufficienza acquista un valore ancora maggiore. Secondo Sassi, «senza queste risorse gassifere Israele non potrebbe sostenere tutte le guerre che sta combattendo, o almeno non con la stessa intensità e con la stessa capacità di circoscriverne le conseguenze economiche». Proprio perché alimentano contemporaneamente Israele e una parte del suo vicinato, Leviathan, Tamar e gli altri giacimenti non sono soltanto riserve di gas. Sono ormai asset economici, militari e diplomatici. La loro protezione è diventata uno degli elementi meno visibili, ma più decisivi degli equilibri del Mediterraneo orientale. La mappa delle installazioni mostra quanto questa trasformazione abbia ormai una dimensione militare oltre che economica. Piattaforme, gasdotti e rotte energetiche sono protetti dalla Marina israeliana con pattugliamenti, corvette, sommergibili e sistemi di sorveglianza.

Le piattaforme sono obiettivi vulnerabili. Si trovano a decine di chilometri dalla costa, sono difficili da difendere e un loro arresto può produrre effetti immediati sull’intero sistema energetico. La Marina israeliana è quindi diventata «un punto centrale, nodale», dice Sassi, nella protezione di giacimenti e infrastrutture costruiti non solo da gruppi israeliani, ma anche da compagnie statunitensi ed europee. Sassi non esclude un futuro intervento di operatori asiatici ed emiratini. Il che renderebbe queste installazioni ancora più intrecciate con gli equilibri geopolitici regionali. Ma il vero salto di qualità è avvenuto sul piano diplomatico. Israele non utilizza più il gas solo per sé. Lo esporta appunto soprattutto verso Egitto e Giordania. Governi arabi con cui Gerusalemme ha rapporti consolidati, ma che, durante la guerra di Gaza, hanno assunto posizioni fortemente critiche nei suoi confronti.

Il caso dell’Egitto è emblematico. Per anni, Il Cairo ha coltivato l’ambizione di diventare un hub energetico regionale e un grande esportatore di Gnl. Al contrario oggi, si trova alle prese con una crescente scarsità di gas domestico e con consumi elevatissimi. «Il Paese è diventato così un importatore netto di gas naturale e dipendente da un vicino con evidenti ambizioni egemoniche come Israele», osserva Sassi. Una dipendenza che emerge chiaramente ogni volta che la produzione israeliana subisce una riduzione. Gli effetti sull’economia egiziana sono quasi immediati. È accaduto anche durante le più recenti crisi militari, quando per ragioni di sicurezza alcune attività offshore sono state sospese o ridotte. Il problema non si ferma alle frontiere israeliane. Una piattaforma chiusa nel Mediterraneo può significare meno gas disponibile per le centrali egiziane, maggiori difficoltà per l’industria e nuove pressioni su un sistema elettrico già fragile. Il gas israeliano produce così una forma particolare di interdipendenza. Da una parte restano aperti i conflitti. Dall’altra, Gerusalemme dispone di un suo tornaconto economico. Ma soprattutto di uno strumento di pressione energetico. Nessuno ha mai pensato di chiudere i rubinetti qualora la tensione andasse alle stelle. Tuttavia, resta un’opzione.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).