La fuga dal Woke non è un pentimento: non ci sono ammissioni di colpa o una vera e propria presa di coscienza di quello che il Woke e i suoi tentacoli hanno rappresentato per l’Occidente e per la vita quotidiana di molte persone. Perché il vero problema, quando si parla del Woke e soprattutto quando ne parlano in difesa i wokisti o ex wokisti, è il rischio di generalizzare un tema che sul piano del vissuto quotidiano ha inciso — e non poco — sulla vita di tanti che hanno pagato il coraggio di non piegarsi e non subire la censura di un movimento intellettualmente criminale che ha inciso negativamente sulla più grande conquista della nostra società: la libertà di espressione. Lo ha fatto, però, sempre con il volto buonista, vestendo i panni ipocriti e comunicativamente efficaci del vittimismo.

Ora però dagli Stati Uniti è arrivato il “contrordine compagni”, firmato Alexandria Ocasio-Cortez nel programma This Week sulla rete ABC. Da allora è partito un rapido riallineamento della galassia progressista al grido «non condannare, ma ridimensionare». Del resto, il mea culpa non è mai stato nel DNA della sinistra: qualcuno potrebbe far notare che ancora stiamo aspettando una vera condanna del comunismo reale. Anche allora la sinistra ex comunista si trasformò di colpo — come in Italia — in altro, ma senza condannare o rinnegare quella storia, senza ammettere alcun errore. Anche allora il calcolo era politico: sopravvivere al crollo dell’URSS e alla fine del sostegno economico della stessa patria del comunismo.

Oggi il calcolo è diverso e anche bicefalo. Da una parte è chiaro che il Woke è malvisto dalla maggioranza degli elettori e non è un mistero che l’elettorato fugga davanti a cotanto fanatismo: così è stato negli Stati Uniti e anche in Europa. Il Trumpismo 2.0 è stato anche questo: una reazione alla follia del Woke americano. In Europa il Woke ha assunto forme diverse, ma non ha certo lasciato il vecchio continente indenne. Neanche l’Italia è stata immune, tant’è che lo stesso Giuseppe Conte — sempre un passo avanti a Elly Schlein — ha subito aderito al rigetto del Woke.

Il secondo motivo di questa virata è quello più pericoloso e riguarda la saldatura tra sinistra e Islam, il cosiddetto islamogauchismo: neologismo sorto nella realtà politica francese dei primi anni 2000 e a oggi di stretta attualità. Lo dimostra l’avanzata dei candidati islamici che a sinistra, sull’onda delle proteste pro-Pal, hanno assunto il centro della scena e conquistato il Partito Democratico negli USA strappandolo alla vecchia guardia, il cosiddetto establishment. Lo provano le affermazioni di Jean-Luc Mélenchon, che ha dichiarato apertamente che il socialismo si potrà raggiungere solo «con i fratelli islamici» e non con gli operai bianchi e cristiani (e dai “fratelli islamici” ai Fratelli Musulmani il passo è breve).

Lo spiega con altrettanta chiarezza l’accondiscendenza della sinistra italiana verso le comunità islamiche e le inopportune richieste di moschee e luoghi di culto senza alcuna garanzia di trasparenza. Del resto, come sosteneva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio. Due indizi sono una coincidenza. Tre indizi sono una prova». La sinistra non ha condannato il Woke: lo ha archiviato per conquistare il voto islamico e islamista.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.