Il delitto
Garlasco, “al momento dell’omicidio non c’era una terza persona”. La ricostruzione del pm Agnello che condannò Stasi
“Le sentenze di primo e secondo grado che hanno assolto Alberto Stasi sono viziate da manifesta illogicità. Ne chiedo l’annullamento con rinvio ad alta sezione della Corte d’Appello di Milano. La morte di Chiara pretende la verità”. Con queste parole, pronunciate il 18 aprile 2013, il pubblico ministero Roberto Agnello tentò di far cancellare le due assoluzioni del fidanzato della ragazza uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco, sostenendo che “gli indizi erano stati esaminati isolatamente e non nel complesso del mosaico” e che evidenziavano una serie di lacune istruttorie che ancora oggi fanno sentire il loro peso nella ricostruzione dell’ultima notte e dell’ultima mattina di Chiara Poggi.
Le lacune evidenziate dal Pm
Nella sua requisitoria il pm accese i riflettori su episodi simbolo per delineare la colpevolezza di Stasi: “Non sono adeguatamente motivate la disattivazione e riattivazione del sistema d’allarme di casa Poggi all’1:52: forse per far rientrare i gatti, ma non si spiega perché non potesse essere stato Stasi e ritornare dalla fidanzata, per andare via alle 9:12 del mattino seguente subito dopo aver commesso l’omicidio. Se nella casa non ci sono tracce e impronte di persone diverse da Chiara e Alberto. La ragione è semplice al momento dell’omicidio non c’era una terza persona, c’erano solo Chiara e Alberto. La vittima e l’assassino”.
Stasi è tornato in casa Poggi per fingere di scoprire il cadavere di Chiara. Le chiamate a vuoto e quella risposta ‘muta’
Nella sua richiesta, il pm motivò la tesi evidenziando una circostanza dubbiosa: “Quando Stasi ha scoperto il cadavere della fidanzata in quella situazione devastante, non si è neppure avvicinato per constatarne le condizioni per verificare se era morta o ancora viva, se fosse possibile soccorrerla, e non ha chiamato il 118 o il 112 restando lì, ma si è allontanato”, e ipotizzò che Stasi fosse ritornato in casa Poggi per fingere di scoprire il cadavere. “Quella mattina del 13 agosto, Stasi fa una serie di telefonate sia dal fisso che dal cellulare e sia sul telefono di casa che sul cellulare di Chiara, a intervalli regolari di tempo. Nel più lungo, tra una chiamata e l’altra passa un’ora e 3 minuti, fra le 09:44 e le 10:47. Il più breve dura appena 26 minuti fra le 12:20 e le 12:46. Tra le 10:46 e le 10:48 c’è un momento di agitazione perché Stasi fa sette chiamate sul cellulare, non trovando linea. Direi che questo è già significativo dell’agitazione dell’imputato nel momento in cui il cellulare, risulta spento o irraggiungibile, contrariamente ai precedenti squilli ‘a vuoto’. Poi alle 13:27 succede qualcosa di diverso: dopo una chiamata all’utenza fissa di casa Poggi, riceve una risposta. Una risposta che dura 12 secondi, ma una risposta muta, in cui non sente niente. Si tratta di una risposta data dal sistema di allarme. Subito dopo questa risposta muta, Stasi di precipita a casa di Chiara. Eppure l’imputato non dirà mai, una volta interrogato, di aver avuto una risposta muta e di essere rimasto in linea per dodici lunghi secondi. E allora, mettendo insieme queste circostanze, è ragionevole ritenere che Stasi, sentendo che c’era vita dall’altro capo del telefono, sia stato colto dal panico e abbia immaginato che la sua vittima si fosse in qualche modo ripresa e avesse sollevato la cornetta. Per questo è corso immediatamente a casa Poggi. Voleva controllare se effettivamente Chiara fosse ancora viva”.
Così Stasi ha avuto conferma della morte di Chiara
A detta del pm, il ritorno di Stasi sul luogo dell’omicidio sarebbe stato caratterizzato da una grande accortezza: “Credo al fatto che l’imputato abbia fatto dentro casa il tragitto riferito per vedere in che condizioni era la vittima, evitando le macchie di sangue, almeno quelle più grosse, scendendo 1-2 gradini per accertarsi che era morta. E questo spiega anche perché i tempi sono leggermente dilatati rispetto a quelli occorrenti per la semplice scoperta del cadavere. Ed è per questo che l’imputato non chiama immediatamente il 118, si muove con la macchina e una volta in movimento, decide di andare dai carabinieri. Chiama il 118 subito prima di entrare in caserma, perché a questo punto si rende conto che gli conviene immediatamente simulare la scoperta del cadavere“. Il pm chiuse il discorso ricordando l’assenza di riscontro di altre eventualità remote aggiungendo: “C’è solo un’infinitesima possibilità che a uccidere non sia stato l’imputato”. Queste le parole che segnarono la condanna di Stasi. Condanna definitiva. Forse.
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