Esteri
Geopolitica ed energia: se la mappa del mondo ridisegna le nostre scelte di transizione
Negli ultimi due anni, le mosse della politica internazionale e l’attivismo del Presidente USA Donald Trump ci hanno costretto a rispolverare i vecchi libri di geografia. Luoghi fino a ieri relegati a note a margine sui manuali scolastici o a documentari per pochi appassionati sono entrati di prepotenza nelle prime pagine dei giornali. Ci siamo accorti, ancora una volta, che i confini, i mari e i giacimenti minerali condizionano l’economia quotidiana, i costi delle bollette e le strategie industriali della transizione ecologica.
Dalle terre rare di Nuuk alle nuove rotte artiche
Tra l’oceano Atlantico del Nord e l’oceano Artico, la capitale della Groenlandia — Nuuk, una cittadina di appena 55.600 abitanti in un immenso territorio autonomo danese — è diventata improvvisamente un perno geopolitico mondiale. A far brillare i riflettori sull’isola sono state le mire espansionistiche americane, motivate da ciò che giace sotto il manto di ghiaccio in progressivo ritiro: giacimenti di terre rare, grafite, uranio, zinco, oltre a potenziali riserve di petrolio e gas naturale. Le terre rare e i minerali critici rappresentano l’ossatura della transizione energetica: servono per produrre batterie, motori elettrici, turbine eoliche e tecnologie di storage. Oggi l’Occidente sta cercando affannosamente di affrancarsi dalla forte dipendenza dalla filiera cinese, che domina sia l’estrazione sia la raffinazione di questi materiali strategici. L’escalation diplomatica e mediatica avviata nei mesi scorsi (gennaio 2026) sembra essersi ricomposta grazie all’accordo recentemente firmato tra Stati Uniti e Danimarca. Un’intesa priva di data di scadenza che, tra i vari punti, concede a Washington la gestione di due nuove basi militari e un’ampia libertà di movimento per le proprie forze armate sull’isola. La Groenlandia non è solo una miniera a cielo aperto: rappresenta una rotta di pattugliamento cruciale per il controllo dell’Artico. Con lo scioglimento dei ghiacciai causato dal riscaldamento globale, la regione sta aprendo passaggi navali a nord in grado di accorciare drasticamente i tempi di navigazione commerciale tra Asia, Europa e Nord America.
Spostandoci verso l’emisfero orientale, la geografia torna a bussare alla porta della sicurezza energetica globale attraverso i cosiddetti chokepoint, i colli di bottiglia marittimi.
Lo Stretto di Hormuz
Situato tra Iran e Oman, a due passi dagli Emirati Arabi Uniti, lo Stretto di Hormuz unisce il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mar Arabico. È lo snodo energetico più critico del pianeta: da questo braccio di mare obbligato transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale e una quota fondamentale di gas naturale liquefatto (LNG). Qualsiasi tensione nell’area si ripercuote istantaneamente sui mercati finanziari ed energetici europei.
Lo Stretto di Bab el-Mandeb, lo Yemen e Gibuti
Poco più a sud-ovest si trova lo Stretto di Bab el-Mandeb, porta d’accesso che collega l’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo passando per il Mar Rosso e il Canale di Suez. Da questa rotta dipende circa il 10% del commercio marittimo globale. Il controllo di questo snodo da parte degli Huthi — gruppo armato a prevalenza sciita sostenuto dall’Iran — ha riacceso l’attenzione internazionale sulla drammatica guerra civile nello Yemen. Un Paese devastato da oltre dodici anni di scontro tra gli Huthi e il Governo ufficiale (con sede provvisoria ad Aden), sostenuto dalla coalizione sunnita a guida saudi-emiratina. Un conflitto che ha provocato oltre 377.000 vittime e 5,3 milioni di sfollati, e le cui ripercussioni militari arrivano oggi fino alle rotte commerciali.
Collegata alle vicende dello stretto è anche la storica città portuale yemenita di Mocha (o Al-Mukhā). Se nell’immaginario collettivo il suo nome evoca la varietà di caffè e la celebre caffettiera casalinga (Dal XV al XVIII secolo fu il principale centro di scambio e smistamento del caffè arabica al mondo) oggi la città si ritrova al centro degli snodi tattici del conflitto (è stata conquistata dagli Huthi poche settimane fa).
Sulla sponda opposta dello stretto sorge lo Stato di Gibuti, piccolo Paese del Corno d’Africa diventato uno dei luoghi più militarizzati al mondo. Per la sua posizione geografica di cerniera tra Africa e Medio Oriente, Gibuti ospita diverse basi militari straniere di grandi potenze, tra cui anche una presenza militare italiana.
La ricetta per l’Italia e l’Europa: tecnologia, rinnovabili e filiera corta
Questa ripassata di geografia politica dimostra come la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili o da materie prime critiche controllate da pochi attori mantenga il nostro sistema socio-economico in una costante condizione di vulnerabilità. Per l’Europa, e in modo particolare per l’Italia — storicamente penalizzata da una forte dipendenza dalle forniture estere di gas — la strada obbligata per garantire la sovranità energetica e industriale poggia su tre pilastri fondamentali:
- Elettrificazione dei consumi e fonti rinnovabili: Passare da semplici consumatori a produttori di energia. Investire nel fotovoltaico, nell’eolico e nelle altre fonti pulite permette di valorizzare le risorse locali inesauribili (sole, vento, acqua, geotermia) senza dover dipendere dai transiti marittimi a rischio nei colli di bottiglia geopolitici.
- Creazione di una filiera greentech “Made in Europe”: Il regolatore pubblico deve guidare la transizione con incentivi mirati e politiche industriali strategiche per colmare il divario con la Cina nella produzione di tecnologie pulite. I fondi del PNRR hanno rappresentato un primo passo, ma occorre strutturare un’industria europea delle batterie, dei componenti per il fotovoltaico e delle pompe di calore.
- Smart grid, accumuli e nuovi vettori: L’integrazione di elevate quote di energia da fonti variabili richiede reti elettriche intelligenti (smart grids) e sistemi di stoccaggio su larga scala per garantire stabilità e sicurezza al sistema elettrico. A questo si affianca il dibattito sulla neutralità tecnologica, che comprende la valutazione di nuove tecnologie come quelle legate al cosiddetto “nucleare sostenibile” (sulla scia delle recenti deleghe legislative approvate in Senato).
Riscoprire la geografia non serve solo a capire dove si trovano le crisi del presente, ma a comprendere dove dobbiamo indirizzare gli investimenti del futuro: meno dipendenza dai colli di bottiglia del globo, più innovazione, autoproduzione e tecnologia sostenibile nei nostri territori.
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