Giorgia Meloni non ci sarà all’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite e, tra i grandi, sarà l’unica assente assieme al leader cinese Xi Jinping; quest’ultimo, a quanto pare, diserterà l’ONU per ragioni di salute. Meloni, al contrario, sembrerebbe assente per seguire dossier più importanti qui in Italia: a rappresentare l’Italia sarà il Vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Lo stesso Tajani, incalzato dai cronisti, ha sottolineato che l’assenza della Premier non sminuisce affatto la considerazione che il governo italiano ha delle Nazioni Unite.

Il vecchio Leone Trotsky avrebbe soggiunto “che il solo fatto di porsi la domanda è già di per sé una risposta”. Che si tratti di un’assenza dovuta a più importanti dossier in Italia o da ragioni a noi sconosciute, ciò che ci preme sottolineare è la necessità che in questo avvio di campagna elettorale — sospinti dai tradizionali toni al ribasso, dalla pressione dei sondaggi e dalla necessaria rincorsa a destra degli elettori — non si sottovaluti quello che è un punto di forza di questo governo, ossia la politica estera. Del resto non è un mistero che, al di là dei toni propagandistici, le stesse opposizioni (in privato) riconoscano a Meloni una netta superiorità sull’agenda internazionale. L’Italia, in questi quattro anni, è tornata sui tavoli dai quali era assente almeno dal 2011. Si è reinserita in contesti dai quali sembrava esclusa (Africa – Medio Oriente), per colpa di politiche estere che potremmo definire grette e insensate, riducendo il ruolo dell’Italia come partner minore per sua scelta, ridefinendo in chiave contemporanea quella vecchia formula in voga nell’Italia liberale sul “complesso di Adua”.

Certo, il governo ha “approfittato” dello tsunami Trump, che ha provocato l’implosione dei vecchi equilibri e spalancato praterie destinate a chi avrà la visione, l’intelligenza e la capacità di percorrerle.
Per questo, il timore — che speriamo essere infondato — è quello che i toni provinciali di una campagna elettorale combattuta su temi estremamente importanti ma esclusivamente in chiave interna, ci portino a perdere di vista gli obiettivi fondamentali e di lungo periodo, pur consapevoli che la politica estera è, purtroppo, di scarso interesse elettorale. È indubbio che le Nazioni Unite abbiano perso il ruolo e la posizione di garanzia di un tempo: e chi più di noi ha criticato le posizioni di Guterres e soci sul Medio Oriente? Per non parlare di inviate speciali più aduse alla kefiah che a svolgere il proprio ruolo con spirito di servizio e imparziale oggettività. Ma ciò che conta non è tanto la partecipazione all’Assemblea in sé, quanto l’importanza di bilaterali e scambi riservati che determinano poi le relazioni diplomatiche concrete; che, in fondo, è ciò che conta.

Per questo, la Presidente del Consiglio dovrà preservare il suo più importante risultato politico, che è stato quello di ricostruire delle relazioni in politica estera indirizzate al perseguimento del “nostro” interesse nazionale. Pensiamo al Piano Mattei, al ruolo in Medio Oriente, e anche e soprattutto al ruolo futuro negli equilibri di un’Europa sempre più a destra. La politica estera o, come va di moda di dire oggi, la geopolitica, può anche suscitare poca enfasi nei talk show, ma rappresenta l’elemento essenziale di una politica di lungo periodo, soprattutto per un Paese che sarà chiamato a sfide sempre più complesse e articolate. Dobbiamo sempre, come disse Alcide De Gasperi, condizionare la politica interna alla politica estera.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.