Non diversamente da quanto accade in Egitto o in Turchia, in Italia la magistratura ha intercettato, senza averli indagati, almeno sette giornalisti. La Procura di Trapani nel 2017 ha registrato e trascritto le conversazioni di Nancy Porsia, freelance, Fausto Biloslavo del Giornale, Nello Scavo di Avvenire, Claudia Di Pasquale di Report, Francesca Mannocchi de L’Espresso, Sergio Scandurra di Radio Radicale e Antonio Massari del Fatto. In comune hanno tutti il fatto di seguire gli avvenimenti in Libia. Dal telefono di Nancy Porsia gli inquirenti hanno raccolto in 22 pagine una serie di conversazioni professionali e private, tra cui quella con l’avvocata Alessandra Ballerini, consulente legale della famiglia Regeni. Alcune intercettazioni avevano la funzione di “positioning”: rilevare gli spostamenti fisici dei giornalisti, producendo poi la diramazione “a grappolo”. Quando un giornalista parla con una fonte, anche quella finisce nella rete, che sarebbe stata disposta durante il ministero di Marco Minniti con la collaborazione dello Sco, la squadra mobile di Trapani e il comando generale della Guardia Costiera.

La ministra Cartabia, al corrente da venerdì scorso, ha chiesto “chiarimenti”. Non è ancora deciso se manderà o meno gli ispettori a Trapani, ma il fatto è di una gravità inaudita e il sindacato dei giornalisti, la Fnsi, insieme all’Ordine hanno scritto al presidente della Repubblica chiedendo un interessamento diretto di Sergio Mattarella, che presiede il Csm. «È la più grave violazione della libertà di stampa dei giornalisti verificata negli ultimi anni», sottoscrivono i rappresentanti della categoria. L’Italia, al 41mo posto secondo Reporter Sans frontières per la libertà di stampa, rischia di arretrare ulteriormente; e i contorni del caso sono ancora opachi. Rimane da capire chi e perché ha disposto l’ascolto e la trascrizione delle telefonate di lavoro di giornalisti impegnati in Libia: tutto si è svolto al di fuori della legge, che vieta le intercettazioni non penalmente rilevanti e l’utilizzo dei brogliacci per l’attività di indagine. Il segretario nazionale Fnsi, Raffaele Lorusso, ha indetto per oggi alle 17.30 una manifestazione digitale, durante la quale parleranno alcuni dei giornalisti interessati. «Non ci basta sapere che le intercettazioni verranno distrutte, come ora dice il Procuratore di Trapani.

Il problema è a monte, è capire perché in Italia, in questi anni, vengono intercettati dei giornalisti non indagati, per il solo fatto di svolgere il loro lavoro. Ne va della dignità della persona, giornalisti o meno. È inaccettabile e segnaliamo alle istituzioni che qui viene violato in un colpo solo l’art.21 della Costituzione, la legge sulla stampa, la legge sulle intercettazioni. Tutto largamente disatteso». Parole che rincara Carlo Verna, presidente dell’OdG. «L’inchiesta di Trapani lede i principi fondamentali della libertà, ma vorrei dire che danneggia anche la stessa magistratura. Se si rompe il parallelismo con l’inchiesta giornalistica, di fatto la giustizia si priva del suo possibile apporto dal momento che la rende impossibile. Quale fonte parlerà più con un giornalista se penserà di essere intercettata?», si chiede. E indice un vertice straordinario per mercoledì, allo scopo di stabilire le iniziative da adottare.

Il parlamentare siciliano Michele Anzaldi, Italia Viva, chiede alla ministra Cartabia un impegno affinché una tale violazione non possa più ripetersi. «Esiste una legge sulle intercettazioni, perché non viene applicata da chi per mestiere deve far applicare le leggi? È un principio fondamentale per lo Stato di diritto, che non vale solo per i giornalisti. Ma quando si ascoltano i giornalisti parlare con gli avvocati, e si trascrivono le conversazioni, ci si incammina sulla strada che nella storia ha portato alle più grandi tragedie», dice. E condivide una riflessione. «I nomi che leggiamo hanno le spalle larghe, sono professionisti che lavorano con testate importanti. Chi si metterà a fare il giornalista d’inchiesta, da freelance, se il suo lavoro viene intercettato in tempo reale?». Senza contare il costo in termini economici e organizzativi dell’operazione. «In Sicilia si dovrebbero mettere i soldi su altre inchieste, forse», conclude Anzaldi. Sono intanto 23 i deputati del Pd, capitanati da Verini, che firmano una interrogazione urgente. Parlano di “fatto molto grave” Sandro Ruotolo (Gruppo Misto), Tommaso Cerno (Pd), Primo Di Nicola (Movimento 5 Stelle) che presentano una loro interrogazione alla ministra della Giustizia. E a proposito di pattugliamento costiero, anche il senatore Gregorio De Falco, ex M5S ora al Misto, da ufficiale della Capitaneria di porto, preannuncia una sua iniziativa.

I giornalisti intercettati stanno raccogliendo i documenti e aspettano una parola puntuale dalle istituzioni. Francesca Mannocchi, da anni impegnata nel racconto puntuale e autentico del mondo che sta dietro al traffico di uomini, è stata intercettata vanamente: della sua attività parla L’Espresso. Quel che non rientra negli articoli di inchiesta, lo ha messo giù in prosa: nel suo “Io Khaled vendo uomini e sono innocente”, uscito nel 2019 con Einaudi, descrive piuttosto bene come viene gestito il flusso delle vite in gioco, e da chi. E a quale prezzo. Tanto che davanti al così ampio ascolto delle sue telefonate, trascritte, quando serve tradotte, infine sintetizzate con il taglia e cuci, viene da chiedersi se chi indaga legga anche i libri, i paper, le inchieste in cui viene reso noto l’esito del lavoro sul campo. La notizia di essere stata violata nella privacy delle conversazioni personali l’ha scossa.

Da noi sentita ieri, non nasconde il turbamento: «Ma non ho ancora tutte le carte», precisa. Nello Scavo è esplicito: «Occuparsi della Libia, e di cosa succede sulla rotta Italia-Libia, è come toccare i fili scoperti. Io sono veramente deluso. Speravo che nell’inchiesta della Procura di Trapani non ci fosse questo strascico sui giornalisti, una vicenda che è rappresentativa di una stagione politica». Nancy Porsia affida a Twitter un sospetto, considerando che l’uscita dei brogliacci è coincidente con le nomine dei nuovi comandanti della guardia costiera libica, tra i quali un nome per lei famigliare, uno degli interlocutori che ricorre nelle intercettazioni dei giornalisti: «Tra i non indagati in quei brogliacci c’è il colonnello Reda Essa che due giorni fa è diventato comandante della Guardia Costiera libica. Coincidenza o messaggio subliminale ai tavoli negoziali Italia-Libia?».

Rimangono aperti tutti gli interrogativi. Non si evince chi e perché abbia autorizzato l’abuso di cui parliamo; non sappiamo se esistono altri casi di giornalisti “sotto osservazione”. Certamente il tema pone anche la stampa, troppo spesso cedevole nei confronti dell’uso delle intercettazioni, davanti a una presa di coscienza che riguarda tutti i casi di intercettati a strascico dalle Procure, spesso senza avvisi di garanzia, non di rado senza alcun reato.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.