L'intervista
Giovan Battista Brunori ‘nelle viscere di Gaza’: “Hamas è riuscita a mostrificare Israele”
«È una rete di tunnel dotata di bagni, elettricità, sistemi di ventilazione, esplosivi», spiega alla telecamera Giovan Battista Brunori nel suo recente reportage il cui titolo non ha bisogno di spiegazioni: «Nelle viscere di Gaza: viaggio nel supertunnel di Hamas». L’impegno dell’inviato Rai in Israele, di far vedere entrambe le parti della medaglia del conflitto mediorientale, ha generato spesso polemiche, sfociate poi in violenze verbali.
Brunori, partiamo dall’ultimo attacco ricevuto per aver preso parte alla Giornata europea della cultura ebraica a Milano. Perché, secondo lei?
«Penso abbia suscitato qualche mal di pancia il fatto che io ho detto che Israele in questi tre anni di guerra ha recuperato sul piano militare la “deterrenza”, svanita il 7 ottobre, ma che ha perso nettamente la partita sul terreno dell’informazione e della comunicazione. Bisogna distinguere chi vuole davvero lavorare per la pace e per una soluzione a due Stati da chi, consapevolmente o meno, mette in discussione l’esistenza di Israele. Io sono favorevole alla pace e ai due Stati».
Il contrario di quanto successo ad Hamas.
«Con la macchina comunicativa, Hamas è riuscita a “mostrificare” Israele. È riuscita a far oscurare le sue responsabilità nello scatenamento della guerra e nell’opprimere la popolazione palestinese. Basti pensare al caso del fotoreporter pluripremiato Motaz Azaiza, che ha scelto di non pubblicare le immagini dei gazawi che aggredivano e picchiavano gli ostaggi israeliani. Lui ha svelato l’esistenza di un gruppo WhatsApp controllato da Hamas con tutti i giornalisti di Gaza, uno strumento per controllare la narrazione mediatica e coordinare gli attacchi contro le voci critiche. Circostanza uscita pubblicamente grazie alle sue dichiarazioni. È così scomparso il contesto precedente. Vent’anni di repressione di un governo autoritario di Hamas a Gaza, l’uso dei civili e quindi dei minori come scudi umani, i bambini soldato. Come si è visto, sono stato nei tunnel di Hamas a Gaza, appunto, e in quelli di Hezbollah nel Libano meridionale. A Rafah ne ho visto uno il cui ingresso era a pochi metri da un asilo».
Ed è questa la vera tragedia della popolazione di Gaza.
«A Gaza è in corso una guerra orribile. Israele ha le sue responsabilità da accertare e perseguire a partire da fatti concreti, non sulla base della propaganda. Quello di Netanyahu è, a mio giudizio, il governo più estremista della sua storia. Ma il 7 ottobre si è avuto un attacco contro civili israeliani con l’obiettivo, purtroppo riuscito, di far saltare l’accordo tra Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti. Questo non si può omettere».
Lei sostiene che anche i media occidentali abbiano contribuito a una rappresentazione distorta del conflitto. In che modo?
«Il problema principale è la selezione delle notizie. Non solo tra vere e false. Un giornale deve scegliere cosa raccontare. Se per anni concentriamo tutte le attenzioni su Israele e Gaza oscurando il ruolo di Hamas e dell’Iran, se mettiamo in ombra le tragedie dello Yemen, del Sudan, dell’Eritrea o le persecuzioni dei cristiani in altre aree, rischiamo di alterare la percezione complessiva. Si crea l’impressione che la colpa di tutti i mali del mondo sia di Israele, degli israeliani e quindi degli ebrei».
Come può difendersi l’informazione da questa guerra cognitiva?
«Contestualizzando. La Rai, la più grande azienda culturale italiana, ha fatto sul Medio Oriente un lavoro straordinario per qualità e pluralità di punti di vista. Noi giornalisti dobbiamo raccontare i fatti senza piegarci al “pensiero unico”, dando al cittadino una completezza di elementi per essere informato».
Lei lega questo problema anche alla crescita dell’antisemitismo?
«Vedo segnali preoccupanti in Italia. Persino in ambienti cattolici, sembra sia scattata una sorta di “guerra santa” contro Israele. Io sono cattolico e da sempre impegnato nel dialogo interreligioso. Quando sono arrivato in Israele nel 2023, sono stato tra i primi a occuparmi delle aggressioni di estremisti ebrei contro religiosi cristiani. Quegli episodi esistono e vanno denunciati. Ma non autorizzano a descrivere Israele come un Paese dove i cristiani sono perseguitati. In Israele, fatto unico in Medio Oriente, i cristiani aumentano».
Qual è allora, secondo lei, il compito di chi vuole davvero lavorare per la pace?
«Bisogna tenere insieme due esigenze. Difendere il diritto di Israele a esistere e rimuovere le ingiustizie e le tragedie della popolazione palestinese. Agli israeliani occorrerà molto coraggio per arrivare alla pace dopo il 7 ottobre. Occorre però, da parte del mondo arabo islamico, un limpido riconoscimento dello Stato d’Israele».
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