Vanno in giro vestiti di nero, con i loro peyot ciondolanti a cornice di volti barbuti. Gli ebrei ortodossi si incontrano a Gerusalemme, nella movida di Tel Aviv. Ma anche a Milano, Bruxelles e Londra. C’è chi dice che hanno cambiato la faccia di Israele. Da Stato laico-socialista qual era, ora starebbe diventando un immenso quartiere ebraico dove arabi, palestinesi, cristiani, musulmani e drusi farebbero da minoranze sottomesse a un regime di Apartheid. «Questa storia è diventata ormai una caricatura», commenta David Sanders, imprenditore, ebreo ortodosso di Brooklyn, in Israele dal 1978. «Per un politico è molto facile creare consenso indicando un bersaglio. Gli ortodossi sono il problema. Ma anche gli arabi sono il problema. Tutti gli ebrei sono il problema». Sanders risponde allo stereotipo-caricatura da lui stesso spiegata. «Sono un ebreo ortodosso, sì. Appartengo alla comunità chassidica. Il modo in cui mi vesto riflette la mia osservanza religiosa».

Fin dalla nascita di Israele è esistita una distinzione tra religiosi e non religiosi. C’era e c’è ancora chi dedica la propria vita allo studio della Torah. Una realtà distinta dal resto della popolazione. «Siamo tutti ebrei, però». È lo Stato di Israele ad aver stabilito che gli studenti delle scuole religiose rimanessero a tempo pieno nello studio dei testi sacri e quindi non prestassero servizio militare. Questo era l’accordo originario. Con il passare degli anni, le famiglie sono cresciute e molte persone religiose hanno iniziato a lavorare. Oppure a fare volontariato. «Io stesso da giovane guidavo le ambulanze del Magen David Adom, il servizio nazionale di emergenza».

Del resto è proprio dal mondo dell’ebraismo ortodosso che nasce la Zaka. «Siamo un’organizzazione ortodossa, sì», dice Yossi Landau, uno dei fondatori della Ong. «Tra i nostri volontari ci sono donne, ebrei osservanti e non osservanti, cristiani, musulmani, veterani dell’esercito». La Zaka è intervenuta in Venezuela, prima ancora a Crans-Montana e nel terremoto in Turchia del 2023. Circostanze di morte violenta (disastrosa), ma senza matrice terroristica. «Siamo qui per ogni essere umano. La Bibbia dice che in ogni parte del corpo e ogni singola goccia di sangue devono ricevere una degna sepoltura». Oltre a guidare un’impresa di spedizioni internazionali, con uffici in Israele, Stati Uniti e Regno Unito, Landau è al comando della regione Sud di Zaka, con 234 volontari. È stato uno dei primi soccorritori il 7 ottobre 2023. «Ho ricomposto centinaia di corpi in quei giorni. Da allora dormo tre ore a notte. Come me c’è un milione di persone, in Israele, che soffre di disturbi da stress post traumatico legati alla tragedia».

E allora torniamo al cliché dell’ebreo ortodosso. Quello che, a dire della piazza, sfregia il “modello Israele” dei padri fondatori, fatto di kibbutz, laicità e convivenza. «Io penso che i princìpi che guidavano gli israeliani dei kibbutz negli anni Quaranta e Cinquanta siano gli stessi di quelli che animano oggi le comunità della Giudea e Samaria». A dirlo è Josh Hasten, giornalista di Jns News e in passato portavoce del Consiglio Yesha, l’organizzazione delle comunità ebraiche della Giudea e della Samaria. Hasten è consapevole della criticità del termine “colono”. «L’ebraico “mitnachel” si traduce letteralmente “settler”. Una parola dalla carica negativa oggi, per delegittimare cittadini israeliani che, rispettosi della legge, sono tornati a casa». La Giudea è il cuore geografico dell’ebraismo (giudaismo). «Siamo una comunità pacifica di mezzo milione di persone, 800mila se inclusa Gerusalemme. Se gli arabi possono vivere qui, non vedo perché gli ebrei non possano farlo». Convivenze rese quasi impossibili dopo il 7 ottobre. Torna allora utile il pensiero di David Sanders: «I politici dovrebbero trovare il modo proprio per ricomporre queste divisioni». Per Israele è una prova di democrazia. Ci si vede al voto del 27 ottobre.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).