Ferie
Gli italiani hanno smesso di partire tutti insieme. E la montagna ad agosto è più affollata del mare
Weekend di agosto, code in autostrada, spiagge dove l’ombrellone si pianta a fatica, città deserte: è l’immagine che tutti abbiamo in testa quando pensiamo alle vacanze italiane. Quest’anno qualcosa non torna. Mentre il mare si riempiva, a riempirsi di più erano le Dolomiti. E mentre agosto faceva il suo dovere, un altro numero cresceva silenziosamente: le prenotazioni aeree verso l’Italia per settembre sono aumentate dell’8%. Lo rilevano le elaborazioni del Centro Studi di Federturismo Confindustria, ed è forse il dato più interessante della stagione: non racconta l’estate appena finita, racconta quella che verrà.
La stagione estiva in Italia
La stagione è andata bene davvero. Secondo i dati del Ministero del Turismo, a luglio si contano oltre quattro milioni di pernottamenti in più rispetto all’anno scorso, con presenze in crescita del 4,4%. A Ferragosto quasi due strutture su tre erano occupate, meglio di Spagna e Francia. E una cifra da tenere a mente quando si discute se il turismo sia un’industria: l’anno scorso i viaggiatori stranieri hanno speso in Italia quasi 57 miliardi, con un saldo netto di quasi 23. Circa un punto di PIL. Il dato che più di tutti fotografa un Paese che cambia riguarda la montagna: a Ferragosto le località alpine hanno registrato un tasso di occupazione del 78,4%, più delle spiagge, ferme al 74,3%.
Otto milioni di italiani hanno scelto la montagna
Quasi otto milioni di italiani hanno scelto la quota, con il Trentino-Alto Adige in testa. Non era mai successo, e non è solo colpa del caldo: è il frutto di vent’anni in cui quelle valli hanno costruito un’offerta estiva vera — sentieri, bike park, impianti aperti d’estate, rifugi — invece di aspettare la neve. «La montagna dimostra che la destagionalizzazione non è uno slogan, ma un modello industriale possibile», osserva Massimo Caputi, presidente di Federturismo Confindustria. «Sono territori che hanno imparato a lavorare su due stagioni piene invece che su una, e oggi raccolgono i frutti di investimenti fatti quando nessuno li considerava prioritari. Il novanta per cento dei turisti frequenta il dieci per cento del territorio: abbiamo spazi enormi per crescere senza subire l’overtourism.» Dietro le cartoline c’è un’economia più grande di quanto si immagini: secondo uno studio di PwC Italia per ANEF, l’associazione degli impiantisti, ogni euro incassato da funivie e seggiovie ne genera oltre cinque di spesa turistica sul territorio.
Il viaggio
C’è poi un aspetto che decide molto e finisce raramente sui giornali: come si raggiungono i posti. Il treno ha fatto la sua parte, e il viaggio non si ferma più al binario: il Gruppo FS Italiane prolunga la ferrovia su strada fino alle destinazioni turistiche. Accanto opera un mondo che si nota poco e vale parecchio: le imprese del trasporto con autobus, 120mila addetti e undici miliardi di fatturato l’anno secondo lo studio del Politecnico di Milano per ANAV. È il pullman che raggiunge le aree interne dove il treno non arriva: cioè la parte d’Italia che oggi cresce di più.
Gli italiani hanno smesso di partire tutti insieme
Resta il capitolo più difficile, le persone: il vero limite alla crescita degli alberghi non è la mancanza di clienti, è la mancanza di chi ci lavori. Si può avere il tasso di occupazione più alto d’Europa e non trovare nessuno dietro il banco. Una cosa però è chiara: gli italiani hanno smesso di partire tutti insieme, e il turismo sta imparando a lavorare dodici mesi l’anno.
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