Il 18 settembre scorso l’Amministrazione Trump ha rimosso le sanzioni economiche applicate da Washington nel 2021 nei confronti di enti governativi e membri del governo e dell’esercito eritrei, a seguito delle atrocità commesse in territorio etiopico durante la guerra civile in Tigray (2020-2022). La misura restrittiva fu adottata dall’Amministrazione Biden nel mezzo del conflitto tigrino, quando le truppe eritree, allora alleate del governo centrale di Addis Abeba, si resero responsabili di una serie di gravi violazioni dei diritti umani durante la loro occupazione parziale della regione del Tigray. L’adozione delle sanzioni era rivolta a favorire la fine del conflitto e a far ritirare l’esercito eritreo entro i confini del proprio Paese; simili misure sanzionatorie furono prese da Washington anche nei confronti di alcune autorità etiopiche (a loro volta ritenute responsabili di crimini di guerra nel nord del Paese).

Il Dipartimento del Tesoro americano, nel comunicare la notizia della rimozione delle sanzioni eritree, ha spiegato che l’emergenza che le aveva determinate è ormai superata, e gli Stati Uniti devono garantire i propri interessi nella regione del Corno d’Africa. È molto probabile che la decisione statunitense sia da mettere in relazione all’espansione del controllo dei ribelli Houthi, legati all’Iran, sulla costa araba dello Stretto di Bab el-Mandeb; il porto eritreo di Assab è infatti situato in prossimità dello Stretto e potrebbe consentire, a seguito di accordi con l’Eritrea, operazioni navali della Marina americana nella zona strategica del Mar Rosso, volte a proteggere i traffici commerciali. Resta da capire quale sia l’atteggiamento di Washington nei confronti delle pretese dell’Etiopia a un proprio sbocco territoriale e portuale sul Mar Rosso, nella stessa zona di Assab, che hanno causato il forte aumento delle tensioni fra Eritrea ed Etiopia, fino alla prospettiva reale di un possibile, nuovo conflitto fra Addis Abeba ed Asmara, suscettibile di espandersi a tutto il Corno d’Africa.

La rimozione delle sanzioni americane all’Eritrea potrebbe essere interpretata come un sostegno statunitense alle posizioni di Asmara rispetto all’espansionismo etiopico, ma non è detto che le tensioni fra i due Paesi siano state prese in considerazione nell’adozione della misura dell’Amministrazione Trump, più preoccupata di mantenere aperto Bab el-Mandeb ai traffici marittimi, ora che lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente bloccato.

Il rapporto fra Usa, Eritrea ed Etiopia si inquadra in un contesto molto turbolento in Africa orientale. Oltre alle rivendicazioni etiopiche su Assab, nell’area non mancano altri fattori di destabilizzazione: l’Etiopia, insieme agli Emirati Arabi, è accusata dal governo sudanese, impegnato in una cruenta guerra civile contro le milizie Rapid Support Forces del Generale Hemetti, di sostenere quest’ultimo con armi e finanziamenti. Proseguono intanto le tensioni fra Egitto ed Etiopia per la possibilità che la Grande Diga etiopica del Rinascimento sul Nilo Azzurro, ormai terminata e funzionante, alteri la portata delle acque del Nilo, soprattutto alla luce dei nuovi programmi di Addis Abeba di costruire prossimamente altri due “barrage” sullo stesso fiume. Eritrea, Egitto e Sudan hanno quindi adottato un atteggiamento comune di contenimento delle mire destabilizzanti del governo di Addis, nel caso in cui esse arrivino a causare l’apertura di un conflitto regionale, in cui l’Etiopia potrebbe comunque contare sul sostegno degli Emirati, e probabilmente della Russia e della Cina.

Non va sottovalutata altresì l’ipotesi di una riapertura della guerra in Tigray e in altre parti del territorio etiopico, tanto più adesso che 7 milizie anti-governative, fra cui le TPLF (tigrine), le FANO (Amhara), e l’OLA (Oromo), si sono alleate al fine di sconfiggere sul campo e rimuovere il premier etiope Abiy Ahmed. Anche in questo caso, l’Europa appare abbastanza latitante, più orientata al posizionamento economico e finanziario (come per il Piano Mattei e il Global Gateway dell’ Ue) piuttosto che a esercitare un ruolo di natura essenzialmente politica fra i potenziali contendenti, con opportune iniziative negoziali di mediazione, anche con il ricorso alla diplomazia “sotto-traccia”, che caratterizzarono invece il ruolo europeo in epoche passate.