La rabbia di Beppe Grillo che ieri, in un video, è intervenuto in difesa del figlio accusato di stupro insieme ad altri tre amici, fa pensare – in prima battuta – che dopo anni e anni finalmente il capo dei forcaioli abbia scoperto il garantismo. Se la prende con i giornalisti che da due anni trattano il figlio da stupratore anche se su di lui pesa un’accusa e non una condanna: «Non ha fatto nulla – ha gridato – arrestate pure me».

A dire il vero mai accusato fu trattato più con i guanti dalla stampa nazionale di Ciro Grillo: pochi articoli, molto sobri, nessun linciaggio. A tal punto da far venire il sospetto che la notizia fosse tenuta un po’ nascosta. Ma tanto è bastato perché il capo dei grillini si inalberasse e chiedesse per il figlio un diverso trattamento. Lo stesso trattamento che in questi decenni non è stato concesso a persone accusate di reati meno gravi e per questo messe sulla graticola, umiliate e offese insieme alla loro famiglia, con grande godimento del movimento Cinque stelle che su questa cultura politica ha costruito la sua fortuna. Benvenuto Grillo, verrebbe da dire, nel mondo di chi ha perso il sonno, di chi non ha più futuro, per colpa del processo mediatico. Di chi si è suicidato perché messo alla gogna, di chi ha perso tutto per colpa dei manettari che grazie a te hanno trovato casa, hanno costituito un partito e hanno governato il Paese. Benvenuto nel mondo dei diritti…

Ma a sentire bene le urla di Grillo, non si tratta di garantismo. Il comico non chiede di applicare l’articolo 27 della Costituzione (non si è colpevoli fino a sentenza definitiva…) e ha una strana idea della custodia cautelare che lui considera come una sentenza anticipata: se fosse stato colpevole il figlio sarebbe stato già in galera, ancora prima del processo. Quindi se non ci è finito – è il suo ragionamento – allora vuol dire che non è colpevole. Un abominio dal punto di vista del diritto, che la dice lunga su come lui e i suoi accoliti giudichino gli arresti preventivi e conoscano (male) la legge. Grillo, non nuovo a veri e propri deliri di onnipotenza, però non ha fatto il garantista, e non lo ha fatto perché si è sostituito direttamente al giudice, ha valutato lui le carte e ha deciso che Ciro non ha commesso il fatto. È stata una ragazzata, avevano il pisello di fuori, si stavano divertendo, ha detto. E la ragazza era consenziente. La prova? Ha denunciato solo dopo otto giorni. Di tutte le fesserie sparate ieri dal comico, questa è la più grave di tutte.

Spesso le donne che subiscono violenza hanno paura a denunciare, sanno che poi le accuse gli si ritorcono contro. Diventano loro “le poco di buono”, quelle che “l’hanno data”, che prima ci stanno e poi si pentono. Altre volte è difficile denunciare perché doloroso il ricordo, perché si vuole rimuovere, perché si vorrebbe che non fosse mai accaduto. A volte si ha paura che sotto processo finisca chi denuncia. Esattamente come sta accadendo questa volta grazie a Grillo, che sul banco degli imputati manda la ragazza. Sembra di essere tornati indietro di decenni, quando il film documentario Processo per stupro nel 1979 entrava nelle aule giudiziarie facendo vedere quanti pregiudizi pesassero sulle donne che denunciavano chi le aveva violentate. Il giudice le processava, la società le additava. Ma sono passati decenni, tante lotte, tanti cambiamenti. Non per il capo dei Cinque stelle, non per chi in questi anni ha alimentato la cultura della violenza verbale, del linciaggio, delle manette.

A differenza di molti altri giornali, anche sul figlio di Grillo Il Riformista non ha sparato a zero. Potevamo in tante situazioni dare un diverso risalto alla notizia. Ma noi siamo garantisti sempre, crediamo davvero alla presunzione di innocenza, crediamo veramente che non si è colpevoli fino a sentenza definitiva. E anche in questo caso sarà un tribunale a decidere. Ma il ragionamento con cui Grillo ha difeso il figlio è gravissimo. È la difesa della cultura dello stupro che non possiamo accettare a prescindere da quello che accadrà in sede processuale. Non puoi dire a una donna che siccome ha denunciato in ritardo allora mente. Perché stai recando offesa a tutte quelle donne che hanno avuto il coraggio di non stare zitte, di ribellarsi alla cultura patriarcale.

Purtroppo crediamo non si tratti di uno sfogo. Altrimenti non si capirebbero la solidarietà di Paola Taverna («da mamma gli sono vicina») o di Alessandro Di Battista («coraggio, hai parlato da padre»), senza dire una parola sulla donna che ha denunciato. Si chiama esaltazione della cultura familista, la stessa che del resto ha regolato i rapporti all’interno del movimento Cinque stelle. Dovevano fare la rivoluzione e parlano dello stupro come se fosse una “ragazzata”. Dovevano cambiare il Paese e si danno le pacche sulle spalle davanti a un’accusa così grave. Dovevano mettere le manette a tutti, ma quando ci vanno di mezzo loro, si scoprono garantisti. Se questa non è la fine dei Cinque stelle, che altro deve ancora accadere?

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica