Da una parte la voglia di Donald Trump di chiudere la partita il prima possibile. Dall’altra parte, invece, l’intransigenza di un Iran che sente di avere il controllo della situazione e di non avere alcuna necessità di velocizzare la trattativa.

Hormuz, quando si chiude l’accordo

È questa la sintesi di ciò che traspare dalle ultime ore di discussioni tra Teheran e Washington con la mediazione di Qatar, Pakistan e con il ruolo sempre più centrale dell’Oman, protagonista insieme all’Iran dell’eventuale futura gestione dello Stretto di Hormuz. Per tutta la giornata di ieri le fonti arabe e americane hanno dato l’accordo ormai per fatto, con Trump che aveva cercato di siglare l’intesa già entro mercoledì. Poi un alto funzionario del Golfo Persico, sentito dalla Cnn, ha spento l’ottimismo delle ultime ore filtrato dalla Casa Bianca dicendo che vi era solo il 50% delle possibilità che l’accordo venga concluso entro domani. E del resto, la situazione del negoziato appare molto più fumosa delle aspettative del tycoon, convinto che Hormuz avrebbe riaperto “prestissimo” o gli iraniani avrebbero subito “un colpo durissimo”.

Il punto sulla completa riapertura di Hormuz

In primis, continuano a esserci solo colloqui indiretti. Inoltre, l’accordo, che dovrebbe essere formalmente bilaterale tra Oman e Iran e solo per 60 giorni, risulta molto orientato verso le esigenze della Repubblica islamica. Cosa che contraddice le dichiarazioni di fuoco del presidente degli Stati Uniti su un compromesso per la completa riapertura di Hormuz e per la fine del programma nucleare. In questo periodo di due mesi, poi, il controllo del traffico in entrata spetterebbe esclusivamente all’Iran mentre quello in uscita, attraverso la rotta omanita, sarebbe sottoposto comunque al monitoraggio anche di Teheran. Entro 30 giorni, le parti si impegnerebbero poi a bonificare dalle mine la corsia centrale di Hormuz, che verrebbe poi in un secondo momento utilizzata per il traffico mercantile in entrambe le direzioni. E ieri una fonte iraniana ha detto alla locale Press Tv che anche un eventuale accordo a due tra il regime e l’Omannon porterà automaticamente” alla riapertura di Hormuz per tutte le navi e senza alcun tipo di controllo.

“Non chiudere lo Stretto”

Uno scenario, questo, che inquieta tutti i Paesi colpiti dalla crisi del Golfo, a cominciare dall’Italia, il cui ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sentito l’omologo iraniano Abbas Araghchi per chiedere ancora una volta di non chiudere lo Stretto. E se l’intesa piace alla parte “pragmatica” della Repubblica islamica, diverso è il pensiero delle frange più radicali e dei Pasdaran, che avranno l’ultima parola insieme alla Guida suprema Mojtaba Khamenei. Il punto è che Teheran, come spiegato ieri dal Wall Street Journal, ha scommesso tutto sulla linea dura riguardo Hormuz. La scelta può anche rivelarsi azzardata, poiché presuppone che Trump preferisca una situazione di stallo a una guerra totale e rischia di sottovalutare sia la pazienza di Washington sia le ricadute negative sulla propria economia e nei rapporti con i vicini. D’altro canto, la leadership iraniana ritiene che, con i prezzi della benzina alti e l’inflazione in aumento, Trump accetterà le sue condizioni in vista delle imminenti elezioni di medio termine. E dal punto di vista bellico, a Teheran sono rassicurati dalle notizie che filtrano dal Pentagono: ovvero che gli Usa avrebbero consumato circa l’80% dei missili Thaad e circa la metà degli intercettori Patriot. Un problema che potrebbe convincere The Donald a evitare una nuova escalation nel Golfo e che, secondo il Financial Times, avrebbe anche portato il presidente Usa a negare i Patriot all’omologo ucraino Volodymyr Zelensky.