Con gli scontri a Tell, vicino a Nablus, la Cisgiordania torna focolaio di tensioni. Oltre alle vittime, si riapre il dibattito sul ruolo degli insediamenti israeliani e sulla crescente instabilità della regione. Ne parliamo con Josh Hasten, giornalista di Jns News e in passato portavoce del Consiglio Yesha, l’organizzazione delle comunità ebraiche della Giudea e della Samaria

Hasten, in Italia i cosiddetti «coloni» vengono spesso indicati come «il problema» per Israele. Cosa ci dice in merito?

«Il termine “colono” (settler) è diventato dispregiativo, utilizzato per delegittimare chi vive in Giudea e Samaria. Preferisco parlare di cittadini, residenti o pionieri, perché è questo che siamo. Siamo persone tornate nella culla della civiltà ebraica, nel suo cuore biblico. In ebraico il termine è “mitnachel”, settler appunto, ma nel tempo questa parola è stata caricata di un significato negativo. Evoca l’immagine di un occupante arrivato da fuori. Noi, invece, siamo israeliani tornati a casa. Per un ebreo vivere in Giudea dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Nessuno si stupisce se un ebreo vive a Roma, Londra o Parigi, ma quando decide di vivere nella propria terra ancestrale tutto diventa controverso».

Al di là della politica, com’è la convivenza quotidiana con gli arabi?

«Le rispondo descrivendo ciò che vedo mentre sto guidando sulla Route 60. Vedo automobili israeliane, veicoli dell’Autorità palestinese e taxi palestinesi che percorrono la stessa strada. Le nostre vite si intrecciano continuamente. Esistono però limiti molto precisi. Tra poco passerò davanti al cartello rosso che segnala l’ingresso nell’Area A. Agli israeliani è vietato entrare. Quel cartello è stato installato da Israele. Un lavoratore palestinese può entrare nelle nostre comunità, lavorare e guadagnare molto più che sotto l’Anp. Io, invece, non posso visitare Betlemme o altri centri palestinesi».

In passato, lei ha criticato il processo di Oslo.

«Quando Israele accettò il principio “terra in cambio di pace” e nacque l’Autorità Palestinese, ci si aspettava una maggiore convivenza. È accaduto l’opposto. La divisione tra Aree A, B e C ha prodotto separazione e terrorismo. Lo abbiamo visto con la Seconda Intifada e dopo il ritiro completo da Gaza del 2005. Per quasi vent’anni non c’è stata una presenza militare israeliana permanente nella Striscia, ma quella scelta non ha prodotto pace».

Lei ha parlato di «pionieri». Si sente erede dello spirito che fondò i kibbutz e il moderno Stato di Israele?

«Assolutamente sì. I primi kibbutz nacquero costruendo sul terreno e completando solo successivamente gli aspetti burocratici. Lo stesso accade oggi in molte comunità della Giudea e della Samaria, su terreni che noi consideriamo demaniali. Già la Conferenza di Sanremo del 1920 riconosceva questi territori come parte della futura patria ebraica. Successivamente intervennero altre decisioni politiche e le guerre, ma per noi il ritorno dopo il 1967 rappresenta la prosecuzione di quella stessa storia».

La soluzione dei due Stati è ancora praticabile?

«No. La maggioranza degli israeliani ritiene che oggi significherebbe mettere a rischio l’esistenza stessa di Israele. Circa il 75% della popolazione vive nella fascia costiera. Se sulle alture della Giudea e della Samaria sorgesse uno Stato guidato dall’Autorità Palestinese, Israele si troverebbe in una posizione strategicamente insostenibile. Da quelle alture sarebbe possibile minacciare direttamente le principali città israeliane e perfino l’aeroporto Ben Gurion».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).