Donald Trump si è detto convinto che la situazione con l’Iran si risolverà e che è “come una partita a scacchi”. La metafora è piaciuta anche alle controparti di Teheran, tanto che ieri il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghai, ha risposto che “gli iraniani hanno dimostrato di essere giocatori di scacchi professionisti”. Ma questa partita tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica sembra essere ancora difficile da decifrare. A Teheran sembra avere preso piede la linea dura, in particolare sullo Stretto di Hormuz.

All’interno della leadership iraniana, si è ormai fatta largo l’idea che il modo più sicuro per piegare Trump a più miti consigli sia quello di irrigidire le richieste su quel passaggio marittimo. Come ha scritto il Wall Street Journal, il presidente degli Stati Uniti starebbe cercando un modo per uscire dal conflitto anche solo rivendicando una vittoria nello Stretto senza coinvolgere il programma nucleare iraniano. E, proprio per questo motivo, a Teheran ritengono che l’unico modo per persuadere Trump a mantenere i suoi impegni (cioè tornare al memorandum d’intesa) evitando nuove escalation sia quello di tenere chiuso l’accesso al Golfo Persico. Perché quello che sta colpendo The Donald non sono solo i costi dell’energia, ma anche il pressing diplomatico da parte degli alleati del Golfo.

La nomina di Mohsen Rezaei a segretario generale del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano è in questo senso emblematica. Considerato uno dei principali esponenti della “vecchia guardia” dei Guardiani della Rivoluzione, è anche colui che ha definito Hormuz “più importante di decine di bombe atomiche”, nonché “uno degli asset cruciali della deterrenza del Paese”. E il passato di Rezaei e le sue idee sullo Stretto possono dire molto su come l’Iran si comporterà in questi negoziati così complessi e tuttora indiretti. Tuttavia, la scelta di Teheran di votarsi all’intransigenza non è considerata da tutti gli esperti come quella più lungimirante.

Quantomeno se proiettata troppo nel futuro. Da un lato c’è una questione interna. Se gli Stati Uniti decidono di concentrarsi solo sulla pressione economica, mantenendo il blocco navale ma senza scatenare i raid, il regime rischia di corrodersi a livello finanziario e di vedere un’inflazione ingestibile. E, secondo molti funzionari Usa, se la guerra evita discussioni interne, la crisi rischia di aprire faglie sempre più ampie tra i pragmatici come il presidente Masoud Pezeshkian e le frange più radicali che amano la linea dura. Dall’altro lato, il media israeliano Ynet segnala anche un’altra chiave di lettura, e cioè che il calcolo iraniano si basa su una certezza che non esiste, ovvero che Trump non sia più disposto a scatenare una campagna militare nei confronti della Repubblica islamica. Infatti, se The Donald arrivasse all’appuntamento delle Midterm con una leadership opaca e la sensazione di essere stato umiliato dall’Iran, non è da escludere che possa considerare questa sconfitta d’immagine ben più grave in termini elettorali rispetto al prezzo economico sul cittadino Usa.

Una volta stabilizzata la situazione economica americana, gli iraniani avrebbero comunque un Trump ferito nell’orgoglio, punito dai sondaggi e con una credibilità sempre più ridotta nella comunità internazionale. E a quel punto, il capo della Casa Bianca potrebbe iniziare a pensare che gli convenga più colpire di nuovo l’Iran che lasciare uno stallo in grado di incidere negativamente sui prossimi anni di mandato.