Cronaca
I giovani chiedono più sicurezza, sì alla norma anti-baby gang
Sono madre di due ragazzi adolescenti. Come molti genitori, ho seguito con attenzione il dibattito che si è sviluppato intorno all’ultimo ddl Sicurezza che ha introdotto norme più severe contro la criminalità minorile e le baby gang, modificando l’imputabilità tra i 14 e i 18 anni. Ho letto commenti di ogni genere: c’è chi lo considera un provvedimento necessario, chi invece teme un eccesso di repressione.
Voglio condividere una riflessione frutto della mia esperienza di madre e di ex deputato che in passato ha avuto modo di occuparsi di tali tematiche. Mi ha molto colpito un recente sondaggio secondo cui l’86% dei giovani si è dichiarato favorevole alle nuove misure. Confesso che non me lo sarei aspettato. Siamo abituati a immaginare le nuove generazioni diffidenti a ogni forma di controllo. Evidentemente la realtà è diversa. Anche i miei figli, parlando di questo provvedimento, hanno detto di condividerne l’impostazione. Non perché desiderino uno Stato più severo o una società più repressiva, ma molto più semplicemente perché vorrebbero poter vivere gli spazi pubblici, soprattutto nei grandi centri urbani, con maggiore serenità. Credo che noi adulti dovremmo riflettere su questo dato. Quando una percentuale così elevata di ragazzi chiede maggiore sicurezza, forse sta reclamando più libertà e non più autorità. Libertà di uscire la sera senza il timore di imbattersi in gruppi violenti o di frequentare un locale, una piazza, senza che pochi individui finiscano per condizionarli.
Naturalmente sarebbe un errore pensare che il problema della violenza giovanile possa essere affrontato esclusivamente attraverso il diritto penale. La prevenzione resta fondamentale: famiglia, scuola, luoghi di aggregazione, politiche sociali e recupero del disagio, sono strumenti indispensabili e nessuno dovrebbe metterli in secondo piano. Ma prevenzione e sicurezza non sono concetti alternativi, in quanto possono e devono procedere insieme. Troppo spesso in politica ci si divide tra chi invoca soltanto il rigore e chi, al contrario, guarda con sospetto qualsiasi intervento volto a rafforzare gli strumenti di prevenzione e controllo. La vita quotidiana è molto più semplice delle contrapposizioni ideologiche. La stragrande maggioranza dei nostri ragazzi non appartiene alle baby gang, non gira con il coltello in tasca, non aggredisce i professori fuori della scuola, non cerca lo scontro fisico. Sono giovani che studiano, frequentano gli amici, praticano sport e desiderano trascorrere il proprio tempo libero in tranquillità. Se proprio loro chiedono maggiore tutela, forse vale la pena ascoltarli senza attribuire automaticamente a questa richiesta connotazioni politiche.
Da madre non mi interessa alimentare polemiche. A me interessa che i miei figli possano continuare a crescere in un Paese nel quale la sicurezza non sia considerata una parola divisiva, ma una condizione essenziale per l’esercizio delle libertà. Per questo credo che il dato emerso dal sondaggio meriti attenzione, perché ci ricorda una verità troppo spesso dimenticata: le prime vittime della violenza giovanile sono quasi sempre gli stessi giovani.
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