Il Parlamento lasciato indietro dagli algoritmi
I nostri ragazzi e una regione che non aspetta
L’idea di una legge, ha raccontato Alberto Stefani, gli è venuta passeggiando in un parco del suo territorio, davanti a un gruppo di ragazzini che non giocavano e non si parlavano, ciascuno chino sul proprio telefono. La scena è esatta; la diagnosi lo è meno. Quel silenzio non è un vizio generazionale né una fragilità sopravvenuta: è il risultato previsto di un progetto industriale riuscito, disegnato da qualcuno, misurato e ottimizzato per anni. Chiamarlo disagio giovanile serve soprattutto a non chiamarlo prodotto.
Da qui discende il fatto politico di questo autunno, che riguarda le istituzioni più degli adolescenti. Le uniche regole oggi vigenti sull’uso delle piattaforme da parte dei minori non le ha scritte un parlamento: le ha imposte un giudice della California a una società che ha preferito pagare quasi diciassette miliardi piuttosto che spiegare a una giuria come funzionano le sue applicazioni. Le democrazie rappresentative hanno appaltato al contenzioso ciò che non riuscivano a deliberare, e hanno scoperto che il contenzioso è più rapido. Un consiglio regionale che prova a riprendersi la via ordinaria, con un testo e un voto d’aula, compie un gesto di dignità legislativa che va riconosciuto anche da chi ne contesta le soglie, e che a Venezia sta diventando un’abitudine: arrivare dove Roma è in ritardo.
Ma la supplenza non è un modello di governo e, lo diciamo ancora una volta, è il sintomo di un’assenza. L’avviso che Palazzo Ferro Fini consegnerà alle Camere insieme al fascicolo è chiaro: se il Parlamento continuerà a non decidere, la prossima norma sulla vita digitale dei nostri figli arriverà di nuovo da un tribunale straniero, e ci verrà semplicemente notificata. Non è sovranità che si perde a Bruxelles. È sovranità che si cede per lentezza.
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