Nei giorni scorsi il tribunale di Ivrea ha assolto Roberto Fantini dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La Direzione distrettuale antimafia di Torino aveva chiesto sette anni e quattro mesi. Intanto l’azienda di famiglia, la Cogefa – dalla quale Fantini era uscito nel 2014 cedendo ogni quota ai fratelli – aveva ricevuto nell’ottobre 2024 un’interdittiva antimafia, confermata dal Tar e dal Consiglio di Stato: fuori dalla white list, banche in fuga, quattrocento dipendenti diretti e milleduecento nell’indotto appesi a un filo. Per sopravvivere la società ha chiesto da sé il controllo giudiziario ex art. 34-bis del Codice antimafia. E nella sentenza del Tar, racconta Il Foglio, si legge che Fantini era stato «condannato»: il processo era ancora in corso, ed è finito con un’assoluzione.

Non è un incidente: è il sistema. Un apparato nato per aggredire i patrimoni delle cosche è diventato, nell’applicazione, un dispositivo fondato sul sospetto, sganciato dal processo penale e dai suoi esiti, e molte imprese e famiglie pulite ne sono uscite rovinate. Vale per le misure di prevenzione e vale per le interdittive, che misure di prevenzione in senso stretto non sono ma ne condividono la logica: un atto amministrativo, retto dal criterio del «più probabile che non», che chiude banche e appalti prima di qualunque accertamento. Sparare nel mucchio non conviene a nessuno: non alla società, non allo Stato, meno che mai all’antimafia, che dalla credibilità trae tutta la sua forza. Summum ius, summa iniuria, ammoniva Cicerone: il diritto spinto all’estremo è la massima ingiustizia.

Strasburgo lo ha già scritto. Con la sentenza Isaia e altri c. Italia del 25 settembre 2025 la Corte europea ha condannato il nostro Paese per violazione dell’art. 1 del Protocollo 1: una confisca fondata sulla sola sproporzione fra reddito e patrimonio, senza esame concreto della vicenda, non regge alla Convenzione. E ora la Grande Camera esaminerà Cavallotti c. Italia, il caso dei fratelli assolti dall’accusa di mafia e privati ugualmente dei loro beni. Il tema è esattamente quello di Ivrea. Le riforme necessarie non sono molte, e sono urgenti.

Prima: fine del parallelismo folle per cui l’assoluzione non chiude nulla. Sugli stessi fatti, se sei stato assolto, non si apre né prosegue una misura di prevenzione, e non si regge in piedi un’interdittiva.
Seconda: un’equa riparazione per l’ingiusto sequestro e l’ingiusta confisca, sul modello dell’ingiusta detenzione, e una revisione vera, quando emergono elementi nuovi – e nuovi significa anche conosciuti dopo, non soltanto nati dopo.
Terza: i terzi. Mogli, figli, parenti, i cosiddetti intestatari fittizi: su di loro non può gravare l’inversione dell’onere della prova; è lo Stato che deve dimostrare, non il cittadino che deve discolparsi.
Quarta: il controllo giudiziario, che lascia l’azienda al lavoro sotto vigilanza, diventi la regola – prima della confisca, e in luogo dell’interdittiva, non come sua stampella postuma – perché la confisca è stata troppo spesso un affare per chi la gestiva, e Palermo lo sa. Quinta: l’amministratore giudiziario paghi i debiti verso lo Stato – imposte, contributi, pubblica amministrazione – durante la gestione. Oggi accade che liquidi puntualmente il proprio compenso e che il proposto, quando dopo anni ottiene ragione, si veda restituire una scatola piena di debiti.

Sarebbe saggio farlo prima che ce lo imponga Strasburgo: una condanna europea che arriva è una sconfitta, una riforma che la previene è un segno di maturità. Si leveranno i soliti giacobini: cedere alla mafia, scardinare l’antimafia. Ma attenzione anche al fronte opposto: qualche collega sostiene che il sistema vada davvero scardinato. Fa soltanto il gioco di chi non vuole riformare nulla: basta un’iperbole per far passare cinque riforme ragionevoli come una resa. Nessuno vuole scardinare nulla: si tratta di rendere giustizia. Lo Stato è credibile solo se non usa i mezzi di chi combatte: il fine non giustifica i mezzi, e i mezzi dello Stato non sono quelli delle cosche. «Ogni pena che non derivi dalla necessità è tirannica», scriveva Montesquieu. Vale per le pene; a maggior ragione per misure che pene non sono e mordono di più. Se riusciremo a farlo, non lo so. So che così non si può continuare.

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