Con l’omicidio di Marta Russo, avvenuto il 9 maggio 1997 alla Sapienza di Roma, si è vissuto non solo un drammatico caso giudiziario, ma si è anche registrato un momento in cui tutti i media hanno rappresentato un punto di svolta nel modo attraverso il quale ne hanno raccontato le fasi, abbandonandosi alla rappresentazione del primo vero processo mediatico moderno. Per intenderci la cronaca giornalistica connotata dalla spettacolarizzazione mediatica.

Il caso “Marta Russo”, sin dall’inizio, è stato la narrazione del delitto perfetto. Fin dai primi giorni, in assenza di un movente chiaro, di un’arma o di un sospetto evidente, i giornali e i telegiornali riempirono il vuoto informativo con fantasiose suggestioni narrative. Si inaugurò la stagione dei talk show giudiziari italiani. Un delitto rivelatosi come inspiegabile, commesso ai danni di una giovane e solare ragazza che camminava per i viali dell’università di Roma. E quando le indagini si concentrarono sull’Istituto di Filosofia del Diritto, nacque un vero e proprio dibattito mediatico basato sulla rappresentazione di un romanzo intellettuale.

Quando furono indagati i due giovani assistenti universitari Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, si costruì la visione di due intellettuali cinici e freddi, mossi solo dall’ebbrezza di voler provare quel brivido emozionale lungo la schiena del delitto perfetto. Da un lato l’innocente studentessa di giurisprudenza e dall’altra due figure enigmatiche e misteriose, sembrarono condizionare l’opinione pubblica ben prima che un giudice esaminasse le carte. Il tutto fu anche accompagnato da intercettazioni e sezioni di interrogatori passati alla stampa caratterizzando tutto il contesto investigativo di malsana conduzione delle indagini. Destò scalpore la diffusione dei video degli interrogatori alla testimone chiave Gabriella Alletto, mostrata in TV mentre piangeva o cedeva alle pressioni degli inquirenti.

Ma andiamo con ordine. Fin da subito il caso sembra essere molto enigmatico sotto vari aspetti. Quando il 9 maggio 1997, all’università La Sapienza di Roma, Marta Russo viene colpita mortalmente alla testa da un proiettile, stava passeggiando in un vialetto all’interno della città universitaria insieme ad una sua amica di nome Jolanda. Improvvisamente girandosi verso Marta la vide cadere, come liquefarsi davanti ai suoi occhi. Sbarrò gli occhi ed in preda al panico, nascondendosi tra due auto in sosta, gridò “hanno sparato…hanno sparato!”. Subito venne contattato il numero di pubblica utilità 113, mentre Jolanda ritornò verso Marta distesa a terra, immobile, piegata in una posizione innaturale, con il corpo sopra le gambe. In pochi minuti, Marta e Jolanda furono raggiunte da altri ragazzi che erano lì attorno.

La chiave di svolta del processo si registrò nella giornata dell’11 giugno 1997. In quel giorno e si saprà solo mesi più tardi, Gabriella Alletto, segretaria dell’Istituto di Filosofia del diritto di Giurisprudenza, venne interrogata per quattro ore dai pubblici ministeri Ormanni e Lasperanza. La Alletto venne sottoposta a diverse pressioni tutte tese a far testimoniare la segretaria sulla sua presenza, nel giorno e nell’ora del ferimento di Marta Russo, nell’Aula VI dell’istituto di Filosofia del diritto, dalla cui finestra, secondo gli inquirenti, partì il colpo mortale. La donna giurò di non essere mai entrata in quella stanza, salve poi cambiare versione tre giorni dopo, accusando Giovanni Scattone, Salvatore Ferraro e Francesco Liparota di omicidio volontario. La Alletto così diventa la testimone chiave dell’accusa, insieme a Maria Chiara Lipari. Perfino l’allora presidente del consiglio Romano Prodi, parlò di vicenda gravissima.

Nel prosieguo del processo, man mano si smontarono tutte le prove non testimoniali e sulla base degli indizi e delle dichiarazioni dei testimoni, i Pubblici Ministeri, il 14 aprile 1999 chiesero la condanna di Scattone e Ferraro per omicidio volontario con dolo eventuale, mentre per Liparota ed Alletto per favoreggiamento. La sentenza di primo grado, in data 1° giugno, accolse solo in parte le tesi dell’accusa: condanna a 7 anni per Scattone per omicidio colposo, a 4 anni per Ferraro per favoreggiamento ed assolti tutti gli altri. Svanì così la tesi di quel delitto perfetto, convinzione della quale i due condannati, presumibilmente, avrebbero voluto dimostrare, con un gioco mortale, con la validità delle loro tesi giuridico-filosofiche.

Il 7 febbraio 2001 la Corte d’assise d’appello confermò la sentenza di primo grado. Di poi la Corte di Cassazione, su richiesta del Procuratore Generale, che definì le testimonianze della Alletto da gettare alle ortiche, criticando anche i metodi degli inquirenti. Infine il 15 dicembre 2003 la V Sezione Penale della Corte di Cassazione nell’assolvere l’usciere Francesco Liparota, condannò definitivamente Giovanni Scattone a 5 anni e quattro mesi e Salvatore Ferraro a 4 anni e due mesi. Rappresentazione di un corto circuito in cui il giornalismo d’informazione si trasformò in vero e proprio giornalismo d’accusa.

Avatar photo

Dottore in Scienze politiche. Master di II livello in Comunicazione strategica politico-istituzionale. Le tematiche socio politiche, la sicurezza interna ed estera e le dinamiche di geopolitica internazionale è ciò che mi appassiona alla luce anche di una forte esperienza ispettiva di oltre 25 anni nella Corpo della Guardia di Finanza. Si è davvero Riformisti se, dopo essersi confrontati il giusto, si passa alla teoria della praxis.