Claudio Velardi ha gettato il sasso nello stagno del “centro” e, più che increspare l’acqua, ha provocato qualche cavallone. Attorno a quello spazio si affollano molti “Giovanni senza terra”, leader e leaderini convinti di trovare un posto al sole. Ma non c’è trippa per gatti: né per chi parte da zero né per chi dispone già di uno strapuntino, se non si comprende che l’unione fa la forza. Tanto più quando destra e sinistra sono organizzate, agguerrite e non lasciano spazio a piccoli accampamenti personali. Il problema è evitare di confondere il centro politico, oggi formula semanticamente vuota, con un impossibile “centro di gravità permanente”.

Bipolarismo, autonomia, alternativa di governo e discontinuità non sono parole casuali, ma i cardini di una scelta politica. Su questa relazione nasce la Federazione dei Riformatori: un soggetto federativo chiamato a costruire una sintesi plurale e a diventare un magnete per associazioni, movimenti e culture politiche oggi disperse tra i poli. Il bipolarismo è il terreno della competizione democratica, non una camicia di forza. Non coincide con il bipartitismo: possono esistere più partiti aggregati intorno a due proposte di governo riconoscibili. Conta la chiarezza della scelta: gli elettori devono sapere chi vuole governare, con quale programma e con quali responsabilità. Chi vince governa; chi perde costruisce l’alternativa. L’alternativa, infatti, non è semplice opposizione né testimonianza. È un progetto diverso, credibile e maggioritario: significa avere un programma, una classe dirigente e candidarsi a sostituire chi governa. È ciò che finora è mancato al cosiddetto campo progressista, troppo spesso unito contro qualcuno e assai meno su ciò che vorrebbe fare del Paese. Tra bipolarismo e alternativa c’è un passaggio decisivo: l’autonomia. Per la Federazione non significa isolamento, autosufficienza o equidistanza, e soprattutto non vuol dire collocarsi geometricamente tra destra e sinistra. Significa conservare libertà di giudizio, identità e capacità di proposta, senza consegnarsi preventivamente a uno dei due schieramenti. Chi rinuncia all’autonomia può entrare in una coalizione, ma difficilmente ne cambierà cultura, programma e direzione: finirà assorbito dal polo dominante. Per questo la Federazione rifiuta la cifra politica del centro.

Oggi non dispone né della forza né del retroterra politico e sociale che resero possibile un’esperienza irripetibile come quella della Democrazia cristiana. L’obiettivo non è diventare l’ago della bilancia tra due schieramenti, ma concorrere alla costruzione di una maggioranza diversa. Qui entra in gioco la discontinuità. Non basta federare sigle, sommare percentuali da prefisso telefonico o riunire gruppi dirigenti in cerca di collocazione. Occorre cambiare paradigma: linguaggio, metodo, classe dirigente, programma e rapporto con gli elettori. La Federazione ha senso solo se diventa lo strumento di questo cambiamento, non l’ennesimo cespuglio destinato a scegliere, alla vigilia del voto, sotto quale albero ripararsi. Bipolarismo, autonomia, alternativa e discontinuità definiscono dunque una rotta. Sarà probabilmente un’attraversata nel deserto, ma l’autonomia è il punto di partenza, non la destinazione. La meta è cambiare i rapporti di forza e costruire l’alternativa di governo. Perché la discontinuità diventa politica quando produce un cambio di paradigma; e il cambio di paradigma conta quando conquista la forza per governare.