La giustizia si misura sulle carte, non sugli applausi
Il commesso del minimarket torna in carcere a furor di popolo dopo aver molestato una 13enne: ma la piazza non è un giudice
«Torna in carcere», titolano. La notizia, più sobria, è un’altra: il Tribunale del Riesame di Torino ha accolto l’appello della Procura e sostituito l’obbligo di firma con la custodia in carcere per il commesso quarantaduenne accusato di aver palpeggiato una tredicenne. Non una rivincita: un grado di giudizio.
Il 4 settembre, su queste colonne, scrivevo che l’ordinanza del gip mi pareva sbagliata, perché due condotte in quaranta minuti su due donne diverse dicono qualcosa di più di un impulso mal contenuto, e che la Procura aveva fatto l’unica cosa giusta: impugnare.
Il collegio le ha dato ragione. Ma chi ha massacrato il gip senza leggerne l’ordinanza non applauda ora il Riesame senza leggere la sua: è la stessa incuria, a segno invertito. E non è finita: la difesa può ricorrere per Cassazione e sarà la Corte, in contraddittorio, a dire se quell’ordinanza regge.
Due giudici possono leggere gli stessi atti in modo diverso; per questo esistono i gradi. Una domanda, però, resta. Senza due settimane di titoli a caratteri di scatola, senza i talk show e i social a processare in diretta, senza la scritta «pedofilo infame» sulla saracinesca, senza il gip finito sotto protezione, il Riesame avrebbe deciso allo stesso modo? Forse sì: il diritto, qui, stava dalla parte della Procura. Ma il dubbio è lecito, perché i giudici non abitano una bolla eterea e la pubblica piazza, quando urla, si sente anche in camera di consiglio.
Montesquieu voleva il giudice bocca della legge; non prevedeva che la piazza gli suggerisse le parole. Il rischio si fa serio quando la toga cerca il consenso, nei convegni, nei comizi, nelle campagne per il Csm: perché allora il giudice smette di interpretare la legge secondo il diritto e comincia a interpretarla secondo i risultati. Non è il caso di Torino, e questa decisione va rispettata come la prima. Ma la giustizia si misura sulle carte, non sugli applausi. E il giorno in cui un giudice decide guardando la piazza, la piazza ha già deciso per lui.
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