11 settembre 2001
Il declino dell’impero atlantico: da Kabul a Gaza, il quarto di secolo che ha cambiato il mondo
Dieci anni prima, il grande nemico dell’Occidente aveva alzato bandiera bianca. L’Unione Sovietica era morta. I suoi satelliti europei si gettavano entusiasti nel mare aperto della democrazia. Sembrava il trionfo del modello atlantico, libertà, Stato di diritto, mercato. La fine della storia, si disse avventatamente. Ma poi arrivò l’11 settembre. Inatteso, stupefacente, telegenico. La storia non era finita. Al contrario, quelle migliaia di morti delle Torri alludevano a un futuro di incertezze politiche, strutturali, culturali, perfino mentali. Tutt’altro che l’ottimistico “nuovo ordine mondiale” annunciato da George H. W. Bush.
L’attacco ai simboli della superpotenza americana era la rappresentazione plastica di un declino dell’Occidente che prendeva le mosse proprio dalla fine vittoriosa della Guerra Fredda. Non c’era più uno Stato come l’Urss, contro cui utilizzare i tradizionali strumenti della diplomazia e della forza militare. Il jihadismo transnazionale, che intendeva muovere guerra alla modernità irreligiosa e imperialista dell’Occidente, era privo di uno Stato guida. Arruolava i suoi eserciti informali tra le masse urbane impoverite e i ceti medi colti del Medio Oriente sunnita, tra le popolazioni della Cecenia post-sovietica, nell’Afghanistan dei talebani, nel Pakistan delle scuole coraniche, nell’Iran sciita, negli Stati falliti del Corno d’Africa. Prima dell’11 settembre, l’Occidente aveva conosciuto attentati di matrice islamica a Aden, Dhahran, Nairobi, Dar es Salaam. Ma altri attentati fecero strage, dopo l’11 settembre, a Casablanca, a Mumbai, a Madrid, a Londra. La guerra del terrore non aveva confini, né eserciti in divisa, né distingueva tra militari e civili. Ma anche la crociata contro il terrore non aveva confini. Nel 2001 Bush jr attaccò l’Afghanistan, nel 2003 invase l’Iraq. Altre operazioni militari coinvolsero le Filippine, il Corno d’Africa, l’Africa sub-sahariana, il Centro America. Era una guerra globale che non prevedeva regole internazionali, trattative, scambio di prigionieri. Che colpiva con proiettili all’uranio impoverito, ordigni incendiari, bombe a grappolo. Che spesso violava ogni jus in bello. Alle pubbliche decapitazioni da parte degli islamisti fecero da contrappunto, per parte americana, Guantanamo e Abu Ghraib.
L’11 settembre aveva aperto il vaso di Pandora. E fu il tempo, per l’Occidente, di sconfitte dolorose. La campagna in Iraq si trasformò in una guerra civile interreligiosa tra le più cruente. L’occupazione dell’Afghanistan si concluse, anni dopo, con la precipitosa ritirata da Kabul. Era il fallimento dell’idea di un’esportazione armata della democrazia. Ma anche le rivolte arabe, iniziate nel 2010-2011 dall’interno delle società mediorientali, sfociarono quasi ovunque in restaurazioni autoritarie, conflitti intestini, frammentazione degli Stati. Come nella Libia post-Gheddafi o nella Siria devastata da una lunga guerra civile. Né la diplomazia, né il multipolarismo, né il gli eserciti riuscivano a fermare la disgregazione del Medio Oriente. L’Occidente sembrava perdere la propria superiorità strategica. La crisi finanziaria apertasi nel 2008 e la successiva crisi europea dei debiti sovrani portarono allo scoperto altre e non meno decisive debolezze, imponendo austerità e tagli alla spesa pubblica e provocando la crescita della disoccupazione. Anche le opinioni pubbliche occidentali sembravano perdere fiducia nelle proprie élite. Emergevano sovranismi, nazionalismi, populismi. La crisi dell’egemonia atlantica diventava crisi della sua economia morale. L’ordine costruito dopo il 1989 appariva sempre meno equo alle sue stesse popolazioni.
È questo lo scenario odierno, venticinque anni dopo l’11 settembre. E non sembra propizio. La Cina rafforza la sua presenza economica e strategica in Asia, nel Mediterraneo, in Africa. Medie potenze come la Turchia e l’Iran giocano la partita geopolitica con imprevedibile efficacia. Nel 2014 Putin annette unilateralmente la Crimea e interviene militarmente nel Donbass. Nel 2022 invade l’Ucraina. La guerra entra in Europa. E la deterrenza occidentale si rivela ovunque fragile, mentre il ritorno di Trump trasforma le divergenze politiche all’interno della storica alleanza occidentale in una possibile crisi del contratto transatlantico. Commercio, difesa dell’Europa, conflitto russo-ucraino, rapporti con le destre europee introducono tensioni difficilmente immaginabili fra gli alleati della NATO. Trump mette in discussione multilateralismo e libero commercio. L’ideologia MAGA intende che gli Stati Uniti non si considerino più i garanti disinteressati dell’ordine da essi stessi costruito.
La strage del 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza aprono l’ultima fase. Il feroce attacco terrorista è seguito da una guerra che produce una catastrofe umanitaria, profonde divisioni europee e una reazione globale contro il governo di Tel Aviv che mischia minacciosamente antisionismo e antisemitismo. Ancora una volta, l’Occidente sembra inadeguato. Dal 2024 al 2026 la crisi mediorientale si regionalizza, con il coinvolgimento del Libano, delle monarchie del Golfo e dello Yemen, con la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e infine con la drastica riduzione dei traffici energetici attraverso lo stretto di Hormuz. È in crisi – è diventato perfino innominabile – l’universalismo occidentale. Sono in crisi le forme amministrative e militari della statualità moderna. Lo Stato nazionale deve vedersela con avversari agguerriti perfino nella sua culla europea. E tanto più, perciò, nei paesi emersi a metà Novecento dal colonialismo. Qui sono i conflitti etnici, confessionali, territoriali che tendono a prevalere, spesso in modi molto cruenti. Come in Libia, in Iraq, in Nigeria, nel Sudan. L’11 settembre si rivela ben più che un attentato, per quanto grave. Lascia dietro di sé un Occidente in debito di potenza materiale, di unità politica e di legittimità morale. Un vuoto che non avremmo mai immaginato, quel pomeriggio, guardando le Torri che collassavano una dopo l’altra. Ricostruire la tela strappata sarà il compito immane dei nostri figli e nipoti.
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