Rovesciare Sciascia
Il Fatto smemorato, pur di salvare Ranucci ha bisogno di sfregiare l’eroe civile Falcone: “Lavorava nel governo Andreotti…” ma non faceva cene
«Gli smemorati di Collegno», irride Il Fatto Quotidiano: Violante, Grasso e Ayala avevano osato dire al Foglio che Falcone non avrebbe mai cenato con Lavitola. La replica, non firmata e dunque riferibile alla direzione, sta tutta in una riga: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti». Come dire: anche il vostro santino aveva le sue frequentazioni.
Due appunti, giacché di memoria si discute. Il primo: Andreotti, in tre gradi di giudizio, non riportò mai una condanna — sempre e soltanto proscioglimenti, con assoluzione piena per i fatti successivi al 1980. Il secondo, decisivo: in quel governo Falcone non cenava, lavorava. Da direttore degli Affari penali, tra il 1991 e il 1992, nacquero la DIA, la Direzione nazionale antimafia e le distrettuali, la legge sui collaboratori di giustizia, lo scioglimento dei comuni infiltrati, fino al decreto dell’8 giugno 1992 che introdusse il 41-bis. E fu il decreto del 1° marzo 1991, scritto con Falcone, a riportare in carcere i quaranta boss del maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini: senza quel governo, il maxi sarebbe arrivato in Cassazione con la cupola a piede libero.
E quattro anni prima, quando la lettura integrale degli atti minacciava di paralizzarlo svuotando le celle, a salvare il maxi era stata la legge Mancino-Violante: sì, proprio quel Violante oggi arruolato fra gli smemorati. La stagione che fece arretrare Cosa nostra come mai prima, negli uomini e nei patrimoni, spingendo la reazione dello Stato fin sul limite della Costituzione: e in quel momento era doveroso spingersi lì. Chi ha scritto quelle cinque righe conosce questi provvedimenti? Se no, è grave. Se sì, è peggio.
Evocare quell’ombra per difendere un giornalista che sarà pure penalmente estraneo, ma le cui cene restano — per usare un eufemismo — poco nobili, significa rovesciare Sciascia: dai professionisti dell’antimafia ai professionisti del sospetto, pronti a processare un caduto della Repubblica pur di assolvere un commensale vivo. E chi, per salvare Ranucci, ha bisogno di sfregiare un eroe civile ci consegna, un tanto al chilo, la misura della sua credibilità, di certe sue inchieste e dei suoi difensori d’ufficio, direttore in testa. Se mai avessimo avuto un dubbio su da che parte stare, cinque righe ce lo hanno tolto: noi con Falcone, loro con chi lo processa da morto.
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