Domenica sera alle 22 Donald Trump si è seduto a tavola alla Casa Bianca con Dario Amodei. Qualche giorno prima, alla cena di Stato per Xi Jinping, il capo di Anthropic non c’era, e oggi i leader dell’IA sono attesi di nuovo alla Casa Bianca: la cena è stata l’antipasto.
Il racconto è già pronto: il presidente che corre per non farsi superare da Pechino, l’imprenditore che chiede di rallentare. Un duello morale con un buono e un cattivo, a parti già assegnate: ma è la cornice sbagliata. Il tema non è chi abbia ragione sul ritmo, piuttosto chi abbia il potere di deciderlo, e con quali strumenti.

Cominciamo da Trump

Gli Stati Uniti sarebbero avanti di “forse un anno e mezzo” sulla Cina, e allora perché rinunciarci? È una stima sua, non un dato. La Cina è l’argomento che chiude ogni discussione: rallentare significa regalare un vantaggio a Pechino. Ma è un argomento che non si può mai verificare, perché il vantaggio lo misura chi lo invoca. E il rivale, giovedì scorso, sedeva a una cena di Stato con Altman, Musk e Pichai. Si compete con la Cina e intanto ci si parla, anche di sicurezza: il tema è stato toccato al vertice, per quanto marginalmente, ha detto lo stesso Trump. L’appello di Amodei, del resto, è a una cooperazione globale, non a una tregua unilaterale. Certo, un freno concordato con un rivale è difficile da verificare ma è una questione di regole e di ispezioni, cioè di governo, non di patriottismo.

Il metodo dice di più della tesi

A metà settembre Trump ha scritto che l’unico guardrail di cui l’IA ha bisogno è “un presidente forte e intelligente”, rivendicando ampi poteri penali e regolatori sulle aziende. Non è assenza di regole, è regola personale, quindi discrezionale. Lo mostra il caso Anthropic. Il Pentagono l’ha dichiarata un rischio per la catena di approvvigionamento dopo che l’azienda si era rifiutata di allentare i divieti su sorveglianza di massa e armi letali autonome, in una trattativa su un contratto da 200 milioni. Due designazioni, due tribunali, due esiti: un giudice di San Francisco ne ha annullata una, venerdì una corte d’appello di Washington ha confermato l’altra. Comunque la si pensi, i limiti all’uso militare dell’IA si stanno decidendo in un contenzioso su un contratto, non con una legge.

C’è poi un fattore che con Pechino c’entra poco e con Washington molto: a novembre si vota. L’IA sta diventando un tema scomodo anche per i repubblicani, tra opposizione ai nuovi data center e timori per lavoro, costi e sicurezza. Trump può definire una “bufala” l’idea di un’IA che prende il controllo, ma non può liquidare allo stesso modo l’inquietudine degli elettori. Anche questo è lo sfondo della cena: ascoltare gli allarmi senza necessariamente cambiare linea.

Infine, Amodei. Lui deve invece rispondere alla questione di fondo: rallentare sul serio? Ma una corsa in cui uno solo decide di frenare ha un esito piuttosto prevedibile. Di più: una corsa con un solo concorrente è un allenamento. Il suo appello, in un saggio di 3.800 parole, ha senso solo come richiesta di coordinamento: stesse regole per tutti, verificabili, vincolanti. Trump gli oppone che nessun leader di settore chiede regole che lo porterebbero alla rovina. L’argomento si rovescia: se Altman, Musk e Hassabis hanno sostenuto gli stessi appelli, o è un cartello del rallentamento, e allora servono antitrust e trasparenza, o è un allarme sincero, e allora il presidente ha un problema più grande di un CEO scomodo. Una politica che dipende da chi siede a tavola non è una politica, è un calendario. Il freno, se serve, e l’acceleratore, se resta, meritano regole scritte e non un posto a sedere.

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Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.