Editoriali
Il lato oscuro del nuovo paradigma migratorio, “andare in Danimarca” non vale sempre la pena
L’8 agosto del 1991 la nave Vlora attraccò a Bari con ventimila albanesi a bordo, e l’Italia scoprì di colpo cosa significasse essere frontiera d’Europa. Trentacinque anni fa, c’era ancora l’Unione Sovietica, non c’era ancora l’Unione europea e Giulio Andreotti era presidente del Consiglio. Un altro mondo, in tutti i sensi. Eppure quanto si sta consumando in questi giorni a Ceuta è in diretta continuità con gli eventi di allora. A causa di questa geografia e di questa storia recente, l’Italia è giocoforza sempre stata all’avanguardia in materia di politiche migratorie. Ceuta sarà ricordato come il casus belli più plateale e drammatico che ha consentito all’Italia di sancire un cambio di paradigma in Europa. Da tempo, come ricorda la vulgata governativa, la posizione italiana rappresenta la linea guida continentale: hub nei Paesi terzi, pressioni sulla Corte europea dei diritti umani, sospensioni più o meno arbitrarie del trattato di Schengen.
Meloni si è avvalsa di alleati vecchi e nuovi: da von der Leyen, che ha avallato gli accordi di esternalizzazione, all’allora premier olandese Rutte, garante di un ecumenismo geografico Nord-Sud. Con la dipartita di Rutte, il posto di rappresentante del Nord Europa è stato preso dalla Prima ministra danese Mette Frederiksen. E qui la storia si fa interessante per noi: l’alleanza con la Danimarca non è di circostanza, come confermato dalla lettera dei 22 con Meloni e Frederiksen come prime firmatarie e poi il messaggio congiunto di questa settimana. Sta assumendo contorni ideologici che meritano di essere inquadrati perché anticipano dove può arrivare anche il discorso pubblico italiano ed europeo.
Conosco bene la Danimarca. Prima di tornare in Italia qualche anno fa, ho diretto per diversi anni l’Unità di politica estera ed europea del think tank del loro governo, in un Paese che ho imparato ad amare come tollerante, civile e profondamente progressista. Sull’immigrazione, però, Mette Frederiksen ha impostato da oltre un decennio quello che il suo stesso partito socialdemocratico ha chiamato “cambio di paradigma”: vale la pena riassumerlo, per le ovvie ramificazioni che ha con noi. Per decenni i socialdemocratici sono stati uno Stato-partito, incarnazione del modello nordico di socialismo liberale. Poi, come altrove in Occidente, quel consenso si è sgretolato a vantaggio di forze populiste di estrema destra che promettevano sicurezza e ritorno alle radici. La novità sta in come la sinistra danese ha reagito: unici che io sappia in Europa, i Socialdemocratici formularono il “cambio di paradigma”, inquadrando una politica migratoria restrittiva non come difesa dell’identità nazionale, ma come difesa essenziale dello stato sociale. Il controllo dei flussi fu legato a doppio filo alla tutela della classe media, dei suoi privilegi economici e dei generosi servizi pubblici garantiti dal welfare.
La conseguenza è stata la sistematica appropriazione delle posizioni dell’estrema destra sull’immigrazione, legittimandole. Si prenda il caso della “remigrazione”, il termine associato alla deportazione forzata e di massa dei residenti stranieri. Alle elezioni danesi della scorsa primavera, la discussione è passata dai margini ai programmi ufficiali di alcuni partiti, diventando uno dei temi centrali della campagna elettorale. Da noi il tema è stato introdotto in modo becero da movimenti per ora marginali, ma non è più impensabile un dibattito tv fra candidati premier incentrato sulla remigrazione. Il risultato a medio termine è uno spostamento costante del centro politico verso posizioni sempre più estreme, normalizzate dai partiti al governo in caccia di consenso. Frederiksen stessa ha costruito la sua retorica pubblica su immagini viscerali: la paura di aggressioni da parte di immigrati sui trasporti pubblici, le frodi sui visti degli studenti internazionali. Riferimenti diretti alle ansie popolari, ma eticamente ed empiricamente discutibili.
La morale, per l’Italia e per l’Europa, va oltre la teoria del “ferro di cavallo”, dove destra e sinistra finiscono per toccarsi: riguarda cosa accade quando la politica scende a compromessi per restare al potere invece che assumersi la responsabilità di scelte difficili. I politologi usano l’espressione “andare in Danimarca” come sinonimo di buongoverno. La domanda per noi è se ne valga davvero la pena.
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