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“Il mio punto debole è il fisico, vinco con la testa”. La lezione anti-cliché di Matteo Parenzan, oro olimpico di tennis tavolo a Parigi 2024
C’è una pigrizia narrativa che avvolge quasi sistematicamente lo sport paralimpico: il bisogno, spesso compulsivo, di dover raccontare l’atleta attraverso la lente deformante dell’eroe che sconfigge il destino. È una retorica che, nel tentativo di esaltare, finisce paradossalmente per sminuire la componente più autentica: il puro gesto tecnico e la ferocia della preparazione. Osservare e dialogare con Matteo Parenzan, medaglia d’oro alle Paralimpiadi di Parigi 2024 e fuoriclasse indiscusso del tennistavolo, significa dover fare i conti con lo smantellamento metodico di questo cliché. Al tavolo da gioco, così come nella sfera pubblica, Parenzan non è l’eccezione che conferma la regola della disabilità, ma la regola ferrea del professionismo d’élite.
Il rumore di fondo e la centratura agonistica
Il clamore mediatico di un’Olimpiade è un banco di prova spietato. “Gestire la pressione, gestire la tensione non è mai semplice,” ammette Parenzan, ricordando come questa freddezza si impari dagli errori, un processo accelerato dal suo ingresso giovanissimo nella nazionale assoluta, circondato da atleti molto più adulti. Le aspettative cambiano: se a Tokyo era arrivato senza grandi pressioni come ultimo qualificato, a Parigi si è presentato con il peso di essere il campione del mondo ed europeo in carica, il giocatore da battere. In questi frangenti, la capacità di isolarsi diventa pura sopravvivenza agonistica. “Devi sapere bene avere a mente… il motivo del perché tu sei arrivato alle Olimpiadi: il tuo obiettivo è vincere una medaglia,” spiega con inequivocabile lucidità. Tutto il resto, dai social alle chiacchiere mediatiche, rappresenta una distrazione dal focus principale, che deve rimanere fisso sullo studio dell’avversario e sulla prestazione tecnica. La ripartizione delle responsabilità è chirurgica: “Io devo fare l’atleta, chi gestisce i social gestisce i social”.
La spietata gestione dell’emotività
Questo pragmatismo si riflette in una gestione attenta della propria mente, che al tavolo da gioco non ammette scivoloni sentimentali. “L’emotività è un tema molto complesso… devi controllarla per poter pensare di riuscire ad arrivare ad alto livello,” chiarisce. Il suo approccio non si limita ad anestetizzare la tensione pre-gara, ma impone di governare l’intero spettro emotivo. “Non si deve pensare solo alle emozioni del ‘che bello, ho vinto’, ma anche alla rabbia, alla frustrazione” delle giornate in cui nulla sembra funzionare. Raggiungere questo equilibrio significa avere costantemente tutto sotto controllo, inclusa la gestione del diabete, che gioca un ruolo cruciale sulle oscillazioni emotive.
L’ecosistema del corpo e il rifiuto del pietismo
È la stessa lente analitica con cui Parenzan amministra il proprio corpo, rifiutando categoricamente l’epica del guerriero svantaggiato dalla sorte. “I limiti che noi ci poniamo non sono mai limiti fisici, sono sempre limiti mentali,” afferma, spostando il baricentro del discorso. Il suo ecosistema personale non è una prigione, ma una variabile da metabolizzare. La differenza semantica che esige è abissale, pensata per svuotare il campo dalla pietà e imporre il rispetto per il professionista: “Non voglio mai essere etichettato o giudicato come una ‘persona disabile che fa sport’, ma voglio essere etichettato come ‘un atleta che fa sport con delle difficoltà motorie'”. Il rifiuto della retorica è totale: “Non sono un eroe, sono una persona che nonostante le difficoltà le ha sorpassate, ci convive e le fa diventare il proprio punto di forza”.
Lo sport come metodo e indipendenza
Lo sport, in questa visione, perde i connotati miracolistici per diventare metodo, fatica quotidiana e vero e proprio lavoro. Eppure, Parenzan gli riconosce un impatto vitale e trasformativo: “Lo sport è stata la medicina che la scienza non ha mai trovato nel mio caso”. È attraverso la disciplina agonistica che ha conquistato la propria autonomia, l’indipendenza e la libertà di vivere da solo, raggiungendo a soli 23 anni traguardi straordinari come l’oro olimpico, mondiale ed europeo. Una dedizione totale che richiede di concentrare tutte le energie fisiche e mentali verso l’obiettivo agonistico, rinunciando ad altre distrazioni, con la consapevolezza che non si tratta di un sacrificio quando è finalizzato a ciò che si ama.
Le “Altre” Olimpiadi: parità di dignità, non premi di consolazione
Con questa postura, Parenzan contribuisce a riscrivere la grammatica con cui la società guarda allo sport paralimpico. Un universo che rivendica una propria identità forte. “Non vedo il mondo paralimpico come uno sport di consolazione,” afferma con fermezza. Il suo sguardo è proiettato su un’evoluzione culturale ormai tangibile, dove l’equiparazione delle ore di programmazione televisiva tra Olimpiadi e Paralimpiadi segna un passaggio storico per mostrare la normalità della disabilità nella società italiana. L’ingresso degli atleti paralimpici nei gruppi sportivi delle forze dell’ordine dal 2021 è un ulteriore sigillo di questa parità istituzionale. Il traguardo finale non è tanto il pareggio dei premi economici, ma l’estirpazione definitiva dell’indulgenza sociale. “Non vogliamo essere visti come supereroi, non vogliamo sentire quel senso di pietà… Noi non siamo fenomeni, siamo atleti che cercano di raggiungere il massimo nel mondo dello sport, pur avendo qualche deficit fisico,” ribadisce. E su questo punto, Parenzan chiude con la sintesi perfetta del suo manifesto agonistico: “Io ho una testa che funziona benissimo, ed è il mio punto di forza; il mio punto debole è il fisico. Non posso migliorare quello che non posso migliorare, ma trasformo le cose positive nei miei punti di forza”. Un monito per chiunque continui a guardare alle Paralimpiadi cercando eroi da compatire, finendo per perdersi lo spettacolo di professionisti nati per vincere.
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