Ci sono confini che si attraversano senza accorgersene, e sono quasi sempre i più importanti. Il mio è passato in un giorno da tre traghetti, tra il molo di un’isola e il molo di un’altra, mentre sui cartelli stradali il finlandese scivolava via una scritta alla volta. A Turku ogni via porta due nomi, prima in finlandese e poi in svedese, eredità dei sei secoli in cui questa era la provincia orientale del regno di Svezia.

Il viaggiatore impara presto il gioco degli sdoppiamenti. Turku è anche Åbo, Nauvo è Nagu, Korpo è Korppoo, e perfino la parola via si sdoppia, katu da una parte, gatan dall’altra, incollate nello stesso cartello come una coppia che ha imparato a convivere. Man mano che si pedala verso ovest le proporzioni si invertono, lo svedese sale di riga, il finlandese scende, finché a un certo punto — nessuno ti avverte, nessuno ti timbra niente — il finlandese sparisce del tutto. Sei nelle isole Åland, e sei entrato nel territorio più curioso d’Europa senza incontrare una garitta. Da noi i cartelli bilingui hanno spesso bisogno di qualcuno che li corregga nottetempo con la vernice. Qui li lavano e basta. Vale la pena spiegare dove mi sono catapultato, a metà luglio, perché le Åland sono una di quelle anomalie che i manuali di diritto internazionale citano e i viaggiatori ignorano.

Viaggio alle Åland, 6mila isole tra Svezia e Finlandia

Seimila isole a metà strada tra Svezia e Finlandia, abitate da trentamila persone che parlano svedese, sventolano una bandiera propria, stampano francobolli propri, e appartengono alla Finlandia per una decisione presa nel 1921 dalla Società delle Nazioni, che per una volta nella sua breve vita infelice risolse una crisi sul serio. Gli isolani volevano la Svezia, la Finlandia appena indipendente non intendeva cederle, e il compromesso fu un capolavoro. Sovranità finlandese, autonomia larghissima, lingua svedese come unica lingua ufficiale, e soprattutto smilitarizzazione totale, che in realtà durava già dal 1856, dalla fine della guerra di Crimea. Da centosettant’anni su queste isole non c’è un soldato, non una caserma, non un’esercitazione. Gli abitanti maschi sono perfino esentati dalla leva finlandese. Ho pedalato per giorni in un posto senza esercito e soprattutto senza risentimenti, e da italiano cresciuto nel Novecento ammetto di averci pensato più volte.

Le strade statali che galleggiano

Il traghetto per Kökar, l’isola più remota dell’arcipelago, impiega due ore e mezza e fa scalo dove capita, nel senso letterale del termine. Alcune fermate sono a richiesta, la nave accosta soltanto se qualcuno deve salire o scendere, e vedere una motonave di linea attraccare a un molo con tre case per far sbarcare una signora con le buste della spesa è uno spettacolo che riconcilia con l’idea stessa di servizio pubblico. Questi traghetti sono la circolazione sanguigna dell’arcipelago. Portano i pendolari, la posta, il furgone del pescatore, la spesa e le notizie, e per le isole sono considerati a tutti gli effetti un pezzo di strada, tanto che i collegamenti brevi sono gratuiti. Sono strade statali che galleggiano. A una delle fermate ho letto il nome di Sottunga, un centinaio di abitanti, il comune più piccolo di Finlandia, un molo, una chiesa, un’auto che aspettava. Ripartendo ho pensato che lo Stato, quando vuole, sa essere una cosa gentile. A bordo c’è una caffetteria che serve caffè e ciambelle alla cannella, i camionisti leggono il giornale, i bambini conoscono l’equipaggio per nome. Sono arrivato a Kökar che era sera, ho pedalato tre chilometri fino all’albergo del porto e mi sono seduto per una cena di tre portate – molto magnificata nel programma – con vista sulle barche.

La cucina onesta ma senza gioie (ma il pane nero…)

E qui il napoletano prestato al Baltico ha avuto il suo sbotto di campanilismo. Vengo da un posto dove il cibo è un’altra cosa, inutile girarci intorno. La cucina di queste isole è onesta, pulita, sobria fino all’understatement, con il pesce persico locale al burro come vertice consentito dell’audacia. Si mangia dignitosamente, non si gioisce. Ho mangiato zuppe di pesce oneste, salmone in ogni declinazione consentita, e a fine pasto l’Ålandspannkaka, il dolce identitario delle isole, una via di mezzo tra il budino e la frittata dolce, profumata di cardamomo e servita con crema di prugne, una roba che sta alla pasticceria come queste isole stanno all’Europa: distanza incolmabile. E poi il caffè, dovunque e a qualunque ora, perché i finlandesi ne bevono più di chiunque altro al mondo e considerano il rabbocco un diritto dell’uomo. Ma l’eccezione vera, quella che da sola vale la traversata (va beh, forse esagero…), è un’altra. Il pane nero delle Åland, lo svartbröd, una pagnotta scura e densa impastata con malto e sciroppo, cotta per ore a bassa temperatura e lasciata poi riposare avvolta nelle coperte come un neonato. Ne esce qualcosa a metà tra il pane e il panforte, dolce e amaro insieme, umido, godibilissimo. Sulla confezione di quello che ho comprato allo spaccio del villaggio c’è scritto, come istruzione ufficiale del produttore, di mangiarlo con molto burro e una fetta spessa di formaggio. Un’etichetta che dà ordini così saggi meriterebbe di scriverci editoriali, prima di passare dal dietologo.

A Kökar ho anche avuto il mio appuntamento con la farmacia, perché il gomito, silenzioso per due giorni, dopo una dura tappa su sterrato aveva ripreso a farsi sentire. Nei villaggi finlandesi la farmacia è spesso una vetrina dentro l’emporio, e davanti a quella vetrina ho vissuto un piccolo smarrimento, cercando di riconoscere sotto nomi svedesi e finlandesi i miei vecchi compagni di strada. Il paracetamolo si chiamava Panadol, l’ibuprofene si nascondeva dietro un verdissimo Burana, e alla fine ho puntato sul gel antinfiammatorio da spalmare, integrato la sera da una terapia che nessun medico mi aveva prescritto ma che qui costa niente ed è disponibile in quantità illimitata: l’acqua del Baltico a sedici gradi o anche meno. Dieci minuti di gomito a mollo dal pontile, dopo cena, guardando la luce che non si decideva a spegnersi. Si viaggia anche così, con la logistica applicata alle proprie articolazioni.

Lo scoglio del barone svedese

Il giorno dopo c’era Källskär, e Källskär è il cuore fantastico di questo viaggio. È uno scoglio di granito a sud di Kökar, in mare aperto, uno degli ultimi avamposti prima che il Baltico si allarghi vuoto fino all’Estonia. Ci si arriva con una barca che attracca dove può, si sbarca sulle rocce aiutandosi con le mani, e nel mio caso con una mano sola, avendo destinato l’altra alla tutela del versamento articolare. Sopra, un chilometro scarso di lastre levigate dai ghiacciai, con al centro la formazione che rende celebre il posto, una colonna di granito scavata a forma di brocca dai vortici d’acqua sotto il ghiaccio in ritirata, diecimila anni fa. Fin qui la geologia. Poi c’è la storia umana, che è molto più strana.

Negli anni Cinquanta un barone svedese, Göran Åkerhielm, decise che questo scoglio sperduto sarebbe stato casa sua. Si fece costruire una villetta in stile gustaviano, fece portare terra per ricavare un giardino tra le rocce, piantò rose e alberi dove cresceva soltanto ginepro, e ci visse le estati per trent’anni, eremita mondano in mezzo al nulla, ricevendo ospiti che arrivavano in barca come si arriva a una prima. Tra gli ospiti, pare, anche Tove Jansson, la madre dei Mumin, che da un gazebo di quest’isolotto avrebbe preso la guglia della casa dei suoi troll. E in mezzo al giardino, su un piedistallo di roccia, il barone piazzò una statua che non ti aspetti, una copia del Mercurio del Giambologna fatta arrivare da Firenze. Davanti a quella statua stavo per fare la mia magra di giornata, la racconto per quel minimo d’onestà che mi resta. Ringalluzzito dall’italianità emersa tra tanta nordità, forte di mezzo secolo di frequentazioni umanistiche, ingannato dai ricci fluenti della testa calpestata da Mercurio, ho sentenziato tra me che si trattava di una Medusa, e stavo per dirlo trionfante alla guida. Per fortuna mi sono limitato a chiedere di chi fosse la testa. Era Zefiro. Il dio non calpesta un trofeo, si fa portare da un soffio di vento, ed è precisamente questa l’idea geniale della scultura, un bronzo che non pesa. Ho evitato così la brutta figura, ma ho sbagliato in silenzio e su uno scoglio disabitato, che è il posto migliore dove sbagliare. Resta l’immagine, che nessuna svista può rovinare. Un dio fiorentino che vola sul fiato del vento, piantato da settant’anni in mezzo al Baltico, dove il vento non ha mai chiesto permesso a nessuno. Tutto fantastico.

La sera, il traghetto fa ritorno verso le isole principali. Due ore e mezza di navigazione nella luce dorata, il ponte quasi deserto, le isole che sfilavano una dopo l’altra con le loro case rosse e i moli di legno che mandavano nell’aria l’odore di terva, il catrame di pino che ormai riconoscevo a naso come un vecchio amico. Sono sbarcato che erano le nove e mezza passate, ho pedalato gli ultimi chilometri nella sera chiara fino a un bed and breakfast di campagna, dove una signora che mi aspettava dalle dieci mi ha accolto senza una parola di troppo e con la colazione già promessa per le otto.

Una signora, di nuovo. E la mattina dopo, nella saletta della colazione, il censimento sarebbe stato inequivoco. Ospiti, tutte donne. Cicliste, camminatrici, due amiche in viaggio, una madre con la figlia. Unico uomo io, peraltro il più stagionato della compagnia. Nessuna pareva trovarci nulla di strano, io cominciavo a farci caso. Riitta che aveva costruito ogni incastro del viaggio, la barcaiola che mi avrebbe traghettato l’indomani, le donne alle receptions, ai timoni, alle casse, alla guida delle gite. E gli uomini finlandesi sullo sfondo, taciturni, volenterosi, decorativi. Ma questa è la storia dell’ultima puntata, insieme ai novantatré chilometri che mi aspettavano in giornata.

(2 — continua)