Alle 00:45 di domenica 27 settembre, un’imprenditrice agricola di ritorno a casa ha trovato tre furgoni di traverso su una strada di campagna del Gloucestershire e uomini incappucciati che si disperdevano nei campi. Ha chiamato il 999. Quindici minuti dopo la polizia fermava cinque uomini a poche centinaia di metri da RAF Fairford, la base da cui decollano i bombardieri americani B-1 e B-52 che colpiscono l’Iran. Trump ha poi dichiarato che i cinque erano “sotto osservazione da molto tempo”: la polizia britannica dice invece che l’operazione è nata da quella segnalazione, non dall’intelligence.

I fermati sono cittadini britannici di Londra, sulla ventina. Arrestati prima per violazione dell’Explosives Act e poi per preparazione di atti terroristici, non sono però incriminati: la legge consente di trattenerli fino a quattordici giorni. E non è confermato che nei furgoni ci fossero esplosivi: la polizia sta “esaminando sospetti esplosivi”, che è cosa diversa. La pista iraniana, però, è concreta. Gli investigatori verificano se rappresentanti del regime abbiano pagato qualcuno per eseguire il piano, e quella formulazione descrive un modello operativo documentato. Teheran, in Europa, non manda i propri uomini: i Guardiani della rivoluzione si appoggiano a reti criminali basate in Iran, che a loro volta reclutano criminali comuni europei (gang come Foxtrot o Rumba), compensi bassi, intorno ai mille euro per una serie di fotografie di sorveglianza. I precedenti accertati vanno dalla granata all’ambasciata israeliana di Stoccolma nel 2024 al piano del 2022 contro due giornalisti di Iran International a Londra. Lo scopo della catena è la negabilità, cioè impedire un’attribuzione tanto netta da giustificare una rappresaglia.

Non è un fenomeno marginale: nell’ottobre 2025 il direttore generale dell’MI5 ha dichiarato che nel solo anno precedente il servizio aveva tracciato più di venti complotti potenzialmente letali riconducibili all’Iran. Due elementi fanno combaciare quello schema con Fairford. Il primo è il movente: a luglio i Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato che “qualunque base usata per l’aggressione contro il territorio iraniano è per noi un obiettivo legittimo”, citando esplicitamente i bombardieri che volano da lì. Il secondo è il profilo degli esecutori. In molti leggono il dilettantismo dell’operazione (marchi commerciali falsi con un numero di telefono a cui manca una cifra, la fuga nel panico davanti ai fari di un’auto) come argomento contro la matrice iraniana. È il contrario: in quel modello gli esecutori sono dilettanti per scelta, reclutati perché sacrificabili e scollegati dal mandante. Un’operazione pulita tradirebbe una mano professionale; una condotta male è ciò che quel sistema produce.

Restano aperte altre piste, e vanno tenute aperte finché non ci saranno conferme: le fonti investigative indicano anche la Russia e il jihadismo non statale. E Fairford ha un precedente che nessuno sta ricordando: nel 2003, alla vigilia della guerra in Iraq, cinque attivisti pacifisti entrarono nella base e danneggiarono i rimorchi portabombe, e nel 2025 un gruppo di attivisti di “Palestine act” ha danneggiato degli aerei cisterna nella base RAF di Brize Norton.

Infine, la cittadinanza dice pochissimo. Che i cinque siano britannici non indica quale rete li abbia reclutati: nel modello descritto la manovalanza locale è il requisito, non l’eccezione. Sapremo qualcosa quando verranno sciolte le riserve sul contenuto dei furgoni.