È morto il Macro, viva il Macro! Ovvero come rimangiarsi in pochi mesi una scelta coraggiosa e innovatrice in cambio di una scelta convenzionale. Una sperimentazione in restaurazione. Uno spazio aperto in un museo recintato. E tornare a confondere tra loro i confini tra “falsa coscienza”, quella da cui l’ideologia dell’arte non può sfuggire (forse sta proprio qui il suo “bello”! La sua stimolazione! E il suo mercato…), e “coscienza sporca”, quella che affoga in interessi strumentali e di parte. L’impasto tra grillismo e sinistrismo, incarnato nell’assessore Luca Bergamo, operatore culturale di lungo corso già prima delle progressive catastrofi del comune di Roma, aveva maturato la buona idea di affidare a Giorgio De Finis lo spazio del Macro, in cerca di sopravvivenza e identità a fronte di musei storicamente assai più accreditati quanto a mezzi e funzioni (spazi di culto, di divulgazione e trasmissione della storia passata e presente delle civiltà umane e dei loro valori). Giorgio De Finis era la persona giusta a tale fine in quanto autore di quella grande sua invenzione metropolitana, cioè anti-urbana e globale, che è stata il Maam di Roma: un “parco centrale” in periferia. Ma fu scelta accettata ritenendo che essa – per quanto, anzi in quanto valutazione della marginalità sociale – non potesse essere replicata sul terreno istituzionale. Roba da rom e graffittari, da centri sociali e guerriglia semiotica ma non da “casa delle muse”. Non da Capitale del capitale simbolico nazionale e internazionale.

Così nel giro di pochi mesi, appena scaduta la possibilità di rinnovargli il mandato, quella stessa idea intelligente è stata buttata via e mandata al macero. Una decisione “corretta” – quella di fare un bando regolare per designare la successione a De Finis sulla base del migliore progetto presentato – è stato lo strumento più facile per favorire il rientro “forzato” del Macro Asilo – dunque di un Macro non più asilo – dentro le regole esplicite e implicite del senso comune in ambito artistico. Roba da ceti abbienti, i loro autori, i loro custodi e i loro spettatori.

“Finalmente ora si cambia” hanno esclamato in molti e (forse) anche non pochi artisti e intellettuali e professionisti e operatori culturali del tutto o quasi estranei all’estro antropologico e per nulla estetico o convenzionalmente progressista di De Finis. A fronte di molti esperti di forme elettive l’estro di un antropologo, diviso tra primitivismo anti-occidentale e politiche del territorio e dei suoi conflitti, può risultare troppo ingenuo: “Al Comune di Roma e negli uffici dell’assessorato alla cultura tardivamente si rendono conto che la modalità di scelta non dava i risultati sperati”.
Scarsi risultati o – presupposto un grado di giudizio più onesto e sofisticato – risultati non voluti? Prima che riesca a concludere su quanto più mi preme dire, conviene invece verificare i risultati effettivi del Macro Asilo. Madamine, da ottobre 2018 a settembre 2019, il catalogo è questo: visitatori 224.429; eventi realizzati 3964, artisti coinvolti 845, ospiti internazionali 236, lectio magistralis 133, convegni, conferenze e forum 106, incontri 322, lezioni del Dizionario del Contemporaneo 162, performance 364, Studi d’artista (Atelier) 185, Stanza d’artista (Ambienti) 38, Installazioni/Opere live 120, Laboratori e workshop 175, Proiezioni di videoarte, film e documentari 501, Autoritratti 239, Esercizi del mattino 269, Presentazioni di Libri 190, Eventi Speciali 18, 315 video prodotti e 611 registrazioni audio archiviate sul sito, 46 speciali di Rai Radio Live dedicati. Sono stato presente a molti di questi eventi: ce n’era per tutti i pubblici esistenti dall’alto al basso del sapere e del desiderio di presenza e espressione. Senza gerarchie, o meglio, con tutte le gerarchie che volessero autorappresentarsi. Da molti e pochissimi simultaneamente. Al libero visitatore spettava scegliere a seconda della sua vocazione o della sua curiosità. Questa è stata la qualità della gestione De Finis, bene affiancata da una serie di giovani operatori. Confortata da flussi di pubblico d’ogni genere e aspirazione e presente quotidianamente sui social.

Ora s’è fatta avanti la necessità di ripensare idee e strumenti di una offerta museale non più in crisi ma in eccesso di devianza. Se cercate qualche segno eloquente della differenza tra riformismo intelligente, responsabile, e riformismo ottuso, irresponsabile, il caso Macro Asilo fa proprio per noi tutti. Dell’operazione s’è messo a disposizione Pietroiusti, artista sicuramente molto valido proprio sul fronte dei linguaggi più acidamente corrosivi nei confronti degli stereotipi e luoghi comuni delle tradizioni dell’arte. Ma il suo personale appoggio al bando deliberato dal Palazzo delle Esposizioni – in cui ha un ruolo dirigente (coraggiosa scelta che fa il paio con quella compiuta a favore di De Finis) – è consistito nel rivendicare la necessità che il Macro Asilo si inserisse nella qualità generale del sistema di gallerie e musei di Roma. L’unico modo di spiegare l’intervento di Pietroiusti e compagni sarebbe spiegare di quali contenuti si parli usando la formula “alta qualità dell’offerta” per voltare pagina… Di quale qualità si parla se davvero si tratta di un salto di qualità. È su questo che nutro molti dubbi. A me pare piuttosto che abbiamo assistito a una normalizzazione burocratico-politica invece che un salto in avanti: un salto in avanti che, prima, aveva l’obbligo di rispondere alla linea di demarcazione segnata dal Macro Asilo. Andare avanti e non indietro. Non lo dico lamentandomi dell’allontanamento di De Finis, ma perché di una riflessione sulle dimensioni artistiche o espressive o come altro le si può o vuole definire, non ho visto traccia né su un fronte né sull’altro … Ho invece visto lo scontro tra opposte ideologie. A meno di non essere loro stessi ad avere la spregiudicatezza di confessare la propria rispettiva appartenenza a una vocazione o professione o ideologia oggettivamente eredi della stessa autoritatività dello spirito dell’arte, non mi sembra che possano segnare una convincente via d’uscita. La qual cosa significa che in nessuno dei due fronti c’è un pensiero, una elaborazione di pensiero, in grado di criticare se stesso e l’altro da se stesso. Allo stato attuale vince De Finis per il semplice fatto che ha creato qualcosa di unico e straordinario per ripensare il mondo e le sue persone.