Lo scaffale
Il mondo impossibile da raccontare: quello che non si può dire, il romanzo filosofico di Elmiger che ricorda Conrad
Accade solo ai libri importanti di essere, nella loro brevità, estremamente complessi. E in questo romanzo di Dorothee Elmiger – “Quello che non si può dire“, traduzione di Nicoletta Giacon, Gramma Feltrinelli – è abbastanza breve ma dentro ci sono tante cose. Con questo romanzo la scrittrice svizzera ha vinto il Deutscher Buchpreis 2025, il più importante premio letterario tedesco.
Questa è letteratura pura, quella che corteggia la filosofia. L’esito – diciamolo subito – potrebbe anche lasciare nel lettore quella tipica insoddisfazione che si racchiude nella domanda: “Ma come finisce?”. È una domanda in questo caso mal posta, giacché si tratta in un certo senso di un non-romanzo, pur essendo intessuto di varie storie e ambientato in un quadro molto “romanzesco”, la giungla – non a caso si sono fatti accostamenti con “Cuore di tenebra” di Conrad – e la giungla, più di ogni altro luogo, si presta ad essere perfettamente il teatro del mistero delle cose, il luogo ove tutto s’ingarbuglia, e si perde. È una scrittura che ipnotizza, quella di Elmiger. Ci costringe a passarci attraverso, per così dire, trattenendo il respiro. La vicenda, che origina da un fatto vero (due ragazze olandesi che nel 2014 si persero nella foresta), è quella di un regista teatrale che vuole mettere in scena un insieme di storie, sensazioni, vita, morte, tentando di dare un ordine al disordine. Un qualcosa di mai fatto prima.
Per la sua impresa artistica, questo regista convoca in una località imprecisata, a ridosso del Pacifico, tra le foreste forse colombiane o comunque da quella parte del mondo, una scrittrice tedesca cui affida il compito di scrivere tutto ciò che ascolta; e vari altri personaggi della troupe. Tutti insieme si riuniscono la sera parlando di tutto ciò che viene loro in mente. Lei ascolta e prende nota di tutto. Subito, fin dalle prime pagine, cresce il pathos. «Poi era arrivata la pioggia, una pioggia che si era abbattuta senza preavviso sul tetto di lamiera ondulata, e un’improvvisa angoscia del ritorno l’aveva assalita. Aveva percorso a piedi la strada provinciale, il buio della notte interrotto solo dalla pallida luce al neon che filtrava dalle poche case ai margini della carreggiata. Il rumore assordante dei televisori. Palme. Mucche spettrali, immobili nei campi». La scrittrice tedesca arriva alle soglie del mondo non conosciuto ove si affaccia il pensiero negativo e oscuro del filosofo Merleau-Ponty: «L’essenza propria del visibile è di avere un doppio dell’invisibile in senso stretto, che il visibile manifesta sotto forma di una certa assenza».
Il reale evapora, non c’è più. Lei quindi ascolta tutta una serie di storie effettivamente molto forti, ciascuna da vivisezionare e impastare con le altre per trarne tutta la insensatezza del mondo. È facile intuire che il progetto del regista (chissà se Elmiger conosce “Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello) inevitabilmente fallisce. Gli strumenti tecnici, i microfoni, i registratori, i cellulari, si capirà che a nulla servono quando si tratta di dare un ordine al mondo. La tecnica muore. E qui i riferimenti alla crisi irrimediabile dell’Illuminismo formulata dalla Scuola di Francoforte suggellano filosoficamente l’assunto letterario di “Quello che non si può dire”. Ma se nulla si può dire di ciò che accade vuol dire che la letteratura è finita, che il mondo è irrappresentabile. Allora Dorothee Elmiger con questo libro già elogiatissimo sfida la morte del raccontare, e lo fa con grande maestria lasciando che il sole dell’Illuminismo cali nel mare dell’ignoto.
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